C’era una volta l’industria italiana. Eppur (qualcosa) si muove…

L’industria italiana è in difficoltà. Ma i dati di lungo periodo dicono che si può essere più ottimisti. Molto dipende dal settore. Tra gli altri, farmaceutica e meccanica mostrano risultati decisamente positivi

C’era una volta l’industria italiana. Eppur (qualcosa) si muove…

L’industria italiana è in declino, forse irreversibile. Ma cosa dicono i dati osservando gli ultimi 30 anni? Fatto 100 il livello nel 1991, l’indice della produzione industriale italiana salì fino a 116,3 nel 2000. Alcuni settori trainarono più di altri la crescita italiana di quegli anni: la meccanica e la farmaceutica. A frenare la performance media dell’industria, invece, il settore automobilistico e l’abbigliamento.

La dinamica dell’industria italiana di quel periodo è peggiore di quella della Francia (120,6) e della Spagna (124,1), ma va meglio della Germania (108,1). La prima economia europea era all’epoca “the sick country of Europe” (The Economist).

In seguito, tra il 2001 e il 2002, l’industria europea viene colpita da due importanti cambiamenti: l’adozione dell’euro e l’entrata della Cina nel Wto, che apre nuovi mercati per le produzioni più sofisticate come auto e treni tedeschi, ma che rende obsolete le produzioni europee di beni a minor contenuto tecnologico (tipiche di Italia e Spagna).

La dinamica della produzione industriale fino al 2007 rispecchia queste tendenze. La Germania ricomincia a crescere a tassi che non si vedevano da prima della riunificazione: la produzione industriale balza dal 108,2 del 2000 al 128,4 del 2007.

Negli stessi anni appare in crescita l’industria anche negli altri grandi paesi dell’Eurozona, ma meno che in Germania. Gli indici di produzione industriale salgono da 124,1 a 134,9 in Spagna, da 120,6 a 125,1 in Francia e da 116,3 a 118,0 in Italia.

“Nel nostro paese, la ripresa del 2006-2007 non basta a compensare il calo della produzione industriale in volume sperimentata nel 2001-2005 – spiega l’economista Francesco Daveri -. In particolare, è in crisi il settore automobilistico. Tuttavia, il Pil manifatturiero dell’Italia raggiunse un livello di circa 340 miliardi di euro nel 2008, superiore del 10% rispetto ai livelli di metà anni ‘90 e del 5% più grande rispetto ai valori di inizio anni 2000.”

Dal 15 settembre 2008 arriva la crisi mondiale e così in quasi tutti i settori dell’industria italiana si osserva un netto crollo dei volumi. Tra il 2007 e il 2013 scompare circa il 23% della produzione industriale. In soli sei anni l’indice scende dal suo valore massimo pre-crisi di 118 – raggiunto nel 2007 – al minimo di 90,9 nel 2013. Sotto la spinta della delocalizzazione di interi segmenti di produzione nell’Est Europa (dall’Italia soprattutto in Romania) e in Cina, il settore automobilistico perde più di metà della produzione, ma anche la meccanica e l’abbigliamento vedono scendere la produzione interna del 20%. Una contrazione ancora più marcata è evidente in Spagna, dove l’indice della produzione industriale scende di circa 40 punti da 134,9 a 95.

“Nello stesso periodo, la produzione industriale in Francia diminuisce “solo” del 12% e in Germania si attesta nel 2013 solo di poco sotto ai livelli del 2007 – aggiunge Daveri -. Rimane che in quegli anni la deindustrializzazione attraverso delocalizzazioni produttive è stata una strategia attuata anche dalle aziende tedesche, con mete preferite i vicini paesi dell’Est Europa come Slovacchia, Repubblica Ceca e Polonia. Mentre la produzione industriale scendeva sia pure di poco, il Pil tedesco in volume aumentava di 3,5 punti percentuali.”

Dal 2014 riparte la crescita in Europa e anche la produzione industriale si riprende. “Grazie pure a qualche episodio di “reshoring” (la rilocalizzazione di attività produttive in precedenza spostate fuori dai confini dei paesi di origine), la produzione industriale torna a crescere in tutti e quattro i grandi paesi dell’Eurozona – dice Daveri -. Ma a differenza della ripresa 2001-2007, il ritorno alla crescita avviene in modo diseguale tra le economie, con l’industria tedesca e spagnola che crescono più rapidamente, mentre Francia e Italia fanno registrare numeri comunque positivi, ma percentualmente più contenuti. I divari iniziali del 2013 arrivano dunque amplificati nel 2017.”

A trainare la crescita italiana tra il 2014 e il 2018 è il settore automobilistico che con un aumento dell’85% rispetto ai minimi del 2013 ritorna ai livelli di produzione industriale del 2009, eliminando cioè il crollo produttivo avvenuto a cavallo della crisi dell’euro del 2011-2013. La produzione di autoveicoli rimane però ancora dell’8% al di sotto dei livelli del 2007. Il settore farmaceutico sale più del 12%, doppiando la crescita media dell’industria.

Dall’inizio del 2018 la ripresa rallenta ovunque in Europa, ma lo stop è più evidente in Italia e Germania che cadono in una recessione industriale che porta i volumi di produzione tedeschi giù del 5% e quelli italiani dell’1,5%, mentre Francia e Spagna mostrano solo un sostanziale azzeramento della crescita.

“Al netto delle oscillazioni degli ultimi trenta anni non si può certo dire che l’industria italiana sia scomparsa – conclude Daveri -. Oggi mancano 5 punti rispetto ai livelli di produzione del 1991 per l’industria nel suo complesso. Ci sono settori con numeri peggiori della media: tra quelli in netta contrazione l’automobilistico (il cui indice si ferma a 67,7) e l’abbigliamento (con un indice pari a 74,7). Ma, al contrario, la meccanica e il farmaceutico mostrano indici pari a 129,7 e 166,1. Rispetto a trenta anni fa, i volumi di apparecchi meccanici e prodotti farmaceutici sono maggiori rispettivamente del 30 e del 66%.”

Come dire che anche in un’Italia in crisi crescere si può.

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