L’economia nipponica non sta benissimo, ma meno peggio di quanto sembri

L’economia nipponica non sta benissimo, ma meno peggio di quanto sembri
Il presidente giapponese Shinzo Abe

Sono in molti a sostenere che il modello economico del Giappone sia imploso. Dal 1991 il Pil è cresciuto al ritmo medio annuo dello 0,9% rispetto al 4,5% osservato nei due decenni precedenti. La crescita debole, combinata con ampi deficit fiscali e un'inflazione prossima allo zero, ha portato il debito pubblico dal 50% del Pil al 236%. In una situazione come questa, secondo alcuni, bisognerebbe aumentare le tasse e tagliare la spesa pubblica per evitare una crisi del debito. E, poi, riforme strutturali per rivitalizzare un’anemica crescita economica.

Andiamo per gradi. Il primo ministro Shinzo Abe, salendo al potere sei anni fa, aveva promesso di portare l'inflazione al 2%. Cinque anni di tassi di interesse pari a zero e una massiccia politica monetaria espansiva, tuttavia, non sono riusciti a raggiungere questo obiettivo.

Ma se prendiamo il Pil pro-capite la prospettiva offerta dai dati cambia. Nell’ultimo decennio è aumentato dello 0,65%, come negli Stati Uniti, meglio di Regno Unito (0,39%) e Francia (0,34%). Non male per un paese che parte da uno dei più alti standard di vita del mondo, anche se ha un tasso di fecondità pari a 1,4 e con un’immigrazione vicina allo zero pone davanti a se prospettive demografiche in declino.

È vero, negli ultimi 25 anni, il Pil pro-capite è cresciuto di più negli Stati Uniti. Ma l'economia giapponese non è stata sfigurata dal massiccio aumento della disuguaglianza, cosa avvenuta negli Usa. La disoccupazione è inferiore al 3% e il paese può vantare tra i più bassi tassi di criminalità al mondo.

Il debito pubblico è invece altissimo, ma se si escludono le attività finanziarie detenute dal governo – secondo le stime dell’Fmi – scende al 152%. Se poi si considera il debito privato dei giapponesi e il fatto che la Banca centrale nipponica possiede titoli di stato in valore pari al 90% del Pil, allora il livello del debito crolla al 60%. Ovvero, una percentuale sostenibile anche in presenza di deficit fiscali elevati per molti anni.

Il Giappone non sta messo benissimo, ma meno peggio di quanto sembri.

Fonte

Indicatori

La disoccupazione femminile in Italia, Germania, Giappone e Stati Uniti

I dati evidenziano uno dei punti di debolezza del mercato del lavoro in Italia: la disoccupazione femminile. Il confronto con altre economie avanzate, come Germania, Giappone e Stati Uniti, mette in luce un gap strutturale, ma anche un elevato prezzo pagato alla grande crisi. Nel 2007 le donne in cerca di lavoro in Italia corrispondevano al 23,4% per poi schizzare al 45% nel 2014, salvo poi scendere al 39% nel 2017.

Scopri la sezione Indicatori

(opzionale)
Paesi
www.quotedbusiness.com