L’economia russa resta fragile (ma non è “a pezzi” come sostiene Kaja Kallas)

Mosca riduce il tasso chiave al 15,5% dopo il picco storico del 2024. Inflazione in calo, ma deficit di bilancio e dipendenza dal petrolio continuano a pesare sul futuro dell’economia russa.

L’economia resta fragile (ma non è “a pezzi” come sostiene Kallas)
Mosca

La Banca centrale della Federazione Russa ha ridotto il tasso di interesse di riferimento dal 16% al 15,5%, nella prima riunione del 2026. Si tratta dell’ennesimo taglio dopo cinque riduzioni nel 2025, un segnale che Mosca ritiene di aver iniziato a stabilizzare il quadro macroeconomico dopo la fase più acuta dell’inflazione. Secondo il regolatore, l’economia starebbe tornando su un “percorso di crescita più equilibrato”, nonostante l’aumento temporaneo dei prezzi registrato a gennaio in seguito a modifiche fiscali, tra cui l’ampliamento della platea di imprese soggette all’IVA.

Inflazione ancora sopra il target

L’inflazione russa si attestava al 6,3% a inizio febbraio, in calo rispetto ai livelli del 2024 ma ancora ben al di sopra dell’obiettivo ufficiale del 4%. Per questo la Banca centrale mantiene una linea prudente: ulteriori tagli ai tassi sono possibili nel corso del 2026, ma saranno condizionati a un ulteriore raffreddamento dei prezzi. Gli analisti vedono nella decisione un cambio di tono rispetto alla stretta aggressiva avviata nel 2023, ma avvertono che la politica monetaria resterà restrittiva finché le aspettative di inflazione non scenderanno in modo strutturale.

Dalla stretta record al rallentamento del PIL

Nel settembre 2024, per contrastare l’impennata dei prezzi alimentata dalle spese militari e dalla carenza di manodopera, il tasso chiave era stato portato al massimo degli ultimi vent’anni, al 21%.
La stretta ha però colpito investimenti e credito, contribuendo a un forte rallentamento dell’economia: nel 2025 il PIL russo è cresciuto solo dell’1%, contro oltre il 4% nel biennio precedente.

Deficit in aumento e entrate energetiche in calo

Il contesto fiscale resta uno dei principali punti deboli. A gennaio 2026 il deficit di bilancio ha già raggiunto quasi metà dell’obiettivo annuale di 3,8 trilioni di rubli, mentre le entrate da petrolio e gas sono scese del 32% rispetto alle previsioni e dimezzate rispetto a gennaio 2025.

A pesare sono diversi fattori: prezzi globali del petrolio più bassi; forti sconti sul greggio russo per mantenere i volumi export; rafforzamento del rublo, che riduce il valore delle entrate in valuta locale. Il risultato è un quadro di finanza pubblica sempre più fragile, con spesa militare elevata e margini di manovra fiscale in restringimento.

Geopolitica e incertezza verso l’Asia

Un ulteriore elemento di rischio riguarda il mercato asiatico. Le esportazioni di petrolio verso l’India – uno dei principali acquirenti dopo il 2022 – sono sotto pressione per le nuove dinamiche geopolitiche e per le richieste statunitensi di ridurre la dipendenza da Mosca. Se Nuova Delhi dovesse ridurre gli acquisti, il modello di “pivot energetico verso l’Asia” potrebbe mostrare crepe significative.

Scenario 2026

Nello scenario base, la Banca centrale russa prevede per il 2026 un tasso medio tra il 13,5% e il 14,5% e un’inflazione tra il 4,5% e il 5,5%. Un miglioramento rispetto agli anni precedenti, ma ancora lontano dalla normalizzazione piena, mentre il peso della guerra, delle sanzioni e della transizione energetica globale continua a comprimere il potenziale di crescita.

Fonte
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