Attentato a Ranucci, Lavitola: “Chiesi di sparare 4-5 colpi contro la villetta”. Ma il gip lo lascia in carcere

Nuova svolta nell’inchiesta sull’attentato al conduttore di Report: Valter Lavitola ammette di essere il mandante, ma sostiene di aver ordinato un’azione “dimostrativa” con colpi di pistola e non un’esplosione. Il giudice boccia la versione e respinge i domiciliari: “Movente inverosimile”.

Attentato a Ranucci, Lavitola: “Chiesi di sparare 4-5 colpi”

Valter Lavitola ha ammesso davanti al gip di Roma di essere il mandante dell’attentato contro Sigfrido Ranucci, il giornalista alla guida di Report, programma di giornalismo investigativo della Rai.

Ma la sua ricostruzione introduce un elemento clamoroso: Lavitola sostiene di aver chiesto agli esecutori quattro o cinque colpi di pistola contro il muro della villetta di Ranucci a Pomezia, vicino Roma, e non di piazzare un ordigno.

Secondo la sua versione, l'obiettivo sarebbe stato soltanto aumentare il livello di protezione del giornalista, già destinatario di minacce. Lavitola avrebbe definito comunque “dimostrativo” l'attentato esplosivo effettivamente realizzato.

Il gip non gli crede

La ricostruzione, però, non ha convinto la giudice per le indagini preliminari Iole Moricca.

Il gip ha respinto la richiesta di arresti domiciliari presentata dall'avvocato Sergio Cola, sottolineando che il movente indicato da Lavitola appare inverosimile e che le sue dichiarazioni risultano, allo stato, fumose e prive di adeguati riscontri.

Lavitola resta quindi in carcere. La difesa ha annunciato l'intenzione di ricorrere al Tribunale del Riesame.

La bomba e i quattro presunti esecutori

L'attentato risale al 16 ottobre 2025, quando un ordigno esplose davanti all'abitazione di Ranucci a Pomezia, danneggiando le auto della famiglia e la proprietà.

A giugno 2026 sono stati arrestati quattro presunti esecutori materiali. Il Tribunale del Riesame ha successivamente confermato le misure cautelari e l'aggravante del metodo mafioso.

Secondo l'accusa della Procura di Roma, Lavitola avrebbe svolto il ruolo di mandante, mentre Clesio Tavares Gomes avrebbe fatto da intermediario tra lui e il gruppo incaricato dell'azione.

Il mistero del movente

È questo il vero nodo dell'inchiesta.

Perché organizzare un attentato contro un giornalista per fargli aumentare la scorta?

Il gip considera questa spiegazione poco credibile. E le indagini dovranno ora stabilire quale fosse il reale obiettivo dell'azione e se esistano ulteriori persone coinvolte.

La Procura contesta a Lavitola e agli altri indagati, a vario titolo, anche il concorso nel tentato delitto di strage, oltre a reati legati all'impiego dell'esplosivo, minacce e danneggiamenti aggravati dal metodo mafioso. Si tratta, naturalmente, di ipotesi accusatorie ancora al vaglio della magistratura.

Lavitola e Ranucci: da amici a mandante e vittima

C'è poi un elemento particolarmente inquietante: Lavitola e Ranucci si conoscevano ed erano amici.

Il legale di Lavitola ha descritto il rapporto come una “amicizia fraterna”. Ranucci, invece, ha sempre negato di essere stato a conoscenza del piano.

Secondo le informazioni finora emerse, non risultano elementi che dimostrino che il giornalista fosse consapevole dell'attentato. La sua posizione resta quindi quella di persona offesa, non di complice dell'azione.

Il caso Sergio Cola e la politica

Nelle ultime ore il caso ha assunto anche una dimensione politica per la figura dell'avvocato Sergio Cola, difensore di Lavitola.

Cola ha un passato politico a destra ed è stato parlamentare di Alleanza Nazionale. Alcune ricostruzioni giornalistiche hanno inoltre evidenziato suoi recenti rapporti con iniziative riconducibili a Fratelli d'Italia.

Questi elementi possono alimentare il dibattito politico, ma è fondamentale distinguere le circostanze personali e politiche del difensore dai fatti dell'inchiesta: allo stato non risultano elementi giudiziari che colleghino Fratelli d'Italia o altri esponenti politici alla pianificazione dell'attentato.

Anche l'ipotesi secondo cui la scelta di Cola possa avere una particolare motivazione politica resta, al momento, una domanda giornalistica e non un fatto accertato.

Un caso che supera la cronaca italiana

La vicenda Ranucci è diventata uno dei casi più delicati sul rapporto tra criminalità, politica, informazione e libertà di stampa in Italia.

L'attentato, inizialmente interpretato come possibile intimidazione di matrice mafiosa, oggi presenta dunque un quadro molto più complesso.

Un presunto mandante che confessa. Una versione del movente che il gip giudica inverosimile. Quattro presunti esecutori già in carcere. E una domanda ancora senza risposta: perché colpire Sigfrido Ranucci?

L'inchiesta, almeno per ora, è tutt'altro che conclusa.

Fonte
quotedbusiness.com è una testata indipendente nata nel 2018 che guarda in particolare all'economia internazionale. Ma la libera informazione ha un costo, che non è sostenibile esclusivamente grazie alla pubblicità. Se apprezzi i nostri contenuti, il tuo aiuto, anche piccolo e senza vincolo, contribuirà a garantire l'indipendenza di quotedbusiness.com e farà la differenza per un'informazione di qualità. 'qb' sei anche tu. Grazie per il supporto
MiaFattura - la più semplice App di fatturazione
www.quotedbusiness.com