L’Ue propone la riforma del Patto di stabilità (che in 22 anni quasi nessun paese ha rispettato)

La proposta della Commissione prevede un percorso più lungo per la riduzione del debito ma anche un meccanismo più semplice per far scattare le sanzioni: da 4 a 7 anni per ridurre il debito, niente fondi a chi vìola le regole

Bruxelles propone la riforma del Patto di stabilità (che in 22 anni ...)

Con le regole attuali del Patto di stabilità e crescita (ovvero l’impossibilità teorica di superare il 60% nel rapporto tra debito e Pil, e il 3% in quello tra deficit e Pil), al momento sospese prima a causa della pandemia e poi della guerra in Ucraina, il ritmo di rientro per i paesi dell’Ue ad alto debito è tecnicamente insostenibile. Partendo da questo assunto, la Commissione europea ha presentato le linee-guida di una possibile riforma del Patto.

La proposta dell’organo di governo dell’Unione include la possibilità di condizionare l’esborso dei fondi europei, anche di quelli provenienti dal NextGenerationEU, al rispetto delle regole di bilancio. Le linee-guida andranno ora discusse con i paesi membri e poi tradotte eventualmente in proposte legislative. Più precisamente, Bruxelles propone di organizzare il rapporto con i paesi membri nel modo seguente. Presenterà per ogni Stato membro un percorso di aggiustamento del debito su un periodo di quattro anni. In risposta alla proposta comunitaria il singolo paese metterà sul tavolo il proprio percorso di aggiustamento, tenendo conto delle sue priorità economiche, riforme e investimenti. Nei due casi, il metro di riferimento deve essere la spesa netta primaria.

La Commissione sarebbe poi chiamata ad approvare il piano nazionale. L’importante, nell’ottica dell’Ue, è che il percorso del debito rimanga discendente o si mantenga su livelli prudenti, e che il deficit di bilancio rimanga al di sotto del 3% del Pil nel medio termine. Tutti i paesi membri, sia quelli ad alto debito che quelli a basso debito, potranno chiedere di allungare da quattro a sette anni il percorso di aggiustamento, se giustificato da riforme e investimenti. Al contempo, l’uso di eventuali sanzioni finanziarie sarebbe reso più semplice ed efficace, riducendo i loro importi. Inoltre, sarà più facile far scattare la procedura per debito eccessivo, nel caso di deviazione dal percorso di aggiustamento, anche se il deficit è sotto al 3% del Pil.

Indipendentemente dalla bontà di tale proposta, una riforma del Patto sembra oggi inevitabile, alla luce del fallimento delle regole di Maastricht (60% e 3%). Dal 2009 al 2020, il criterio del 3% è stato rispettato 9 volte (su 12) in Germania, 8 in Italia, 3 in Spagna e appena 1 volta in Francia. Al top (11 su 12) troviamo solo 4 paesi: Estonia, Finlandia, Lussemburgo (che però è considerato un paradiso fiscale), e Svezia. L’Olanda, tra i più ferventi sostenitori dell’austerity e anch’essa accusata di essere un paradiso fiscale, in 7 occasioni è riuscita nell’intento di centrare l’obiettivo. Sotto alle 5 volte ci sono, oltre a Francia e Spagna, Cipro, Portogallo, Croazia, e Grecia.

Per quanto riguarda il criterio del 60%, prendendo in esame il periodo 1999-2020, Austria, Grecia e Italia sono gli unici tre paesi a non aver mai centrato l’obiettivo (ovvero restare sotto quel livello). Ma Germania e Francia, rispettivamente, con 4 e 2 volte non stanno poi messe così bene. È andata meglio per la Spagna (con 9 su 21). I Paesi Bassi invece hanno raggiunto l’obiettivo ben 15 volte. En plein per Estonia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Polonia, Repubblica Ceca, Romania, e Svezia. I numeri sono eloquenti e aprono la strada a un cambiamento radicale. Ma la domanda è: la proposta appena presentata non introduce troppo discrezionalità nei rapporti tra Bruxelles e i singoli governi dei paesi membri? Si sta passando da un sistema troppo rigido a uno troppo flessibile?

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