Una discarica ci seppellirà

Una discarica ci seppellirà

Se noi ci dicessimo che ogni anno, il mondo produce, solo di rifiuti plastici, un ammasso tale da riempire tutti gli stadi olimpici del mondo fino all'orlo, probabilmente saremmo già impressionati. Ma se ci dicessimo la verità, e cioè che esistono meno di 50 stadi olimpici nel mondo e che per riempire l'ammasso dei soli residui plastici annuali ci vorrebbero in realtà 2.400 di quegli impianti, beh, capiremmo che il mondo ha un serio problema. Un serissimo problema, perché per ottenere il conto totale dell'immondezza planetaria bisogna moltiplicare ancora, e quasi per 10.

Gli scarti di plastica, infatti, che vanno in gran parte a inquinare gli oceani ammontano a 242 milioni di tonnellate ogni 12 mesi. La discarica globale (e solo delle città) invece conta 2 miliardi di tonnellate. Ma il rischio è che, se non si interviene profondamente sulla traiettoria, entro il 2050 si salga a 3,4 miliardi di tonnellate. I numeri li ha diffusi la Banca Mondiale, nel suo secondo rapporto “What a waste”. Un gioco di parole all'inglese , per dire “Quanti rifiuti” ma anche “Che spreco”. E al di là del calembour, i due concetti si mantengono entrambi e interagiscono. Se non si cambia urgentemente, il mondo rischia davvero di essere seppellito dagli scarti da sé stesso prodotti, con tutto ciò che comporta in termini di danni ambientali e sanitari, mentre invece non solo potrebbe ancora evitarlo ma potrebbe – e qui è il rammarico del “che spreco” - addirittura arricchirsi con una gestione più sapiente.

La parola più ricorrente nel documento della World Bank è proprio “gestione” dei rifiuti solidi. Deve riguardare tutti i soggetti, a partire dagli stati centrali, sopratutto quelli a più basso reddito pro-capite, in quanto è lì che va a finire la maggior quantità di rifiuti del mondo e dove più basso è il grado di smaltimento corretto o riciclo: solo il 4%, a fronte del 30-40% dei paesi avanzati. La Banca Mondiale ha distribuito dal 2000 a oggi 4,7 miliardi di dollari per finanziare impianti di smaltimento, di compostaggio o di riciclaggio, in particolare nel sud-est asiatico, che è proprio l'area di maggior produzione di rifiuti, quasi 500 milioni di tonnellate all'anno. Ma poi devono essere coinvolte le municipalità, sopratutto in Africa, che fra 10 anni avrà 8 megalopoli da oltre sei milioni di abitanti e che già oggi vede alcune città soffocate da enormi discariche selvagge. E occorre coinvolgere anche le singole persone. Nei paesi avanzati la raccolta differenziata spesso sfiora il 100%, mentre in alcune aree urbane africane è affidata solo ai raccoglitori di rifiuti, le persone già più povere ed emarginate, con tutti i rischi igienici e di salute che ne derivano.

Interessante la connessione tra rifiuti solidi e quelli che potremmo chiamare “aerei”, cioè le emissioni nocive. L'attuale cattiva gestione dei residui solidi avrà, come effetto neanche troppo collaterale, un enorme aumento del CO2, fino a 1,6 miliardi di tonnellate. E qui scatta l'allarme dell'Ocse. C'è ancora troppa produzione di gas serra, siamo fuori dal rispetto degli obblighi del Protocollo di Kyoto. C'è una soluzione: per disincentivare l'utilizzo di combustibili fossili bisogna tassare di più il carbonio. Bisogna che arrivi a un prezzo pari al reale costo del cambiamento climatico prodotto da una tonnellata di CO2, stimato in 30 euro. La lontananza da questo valore è ancora altissima: nel 2012 il “carbon gap” globale era dell'83%; nel 2015 (ultimo dato Ocse) è al 79,5%. La migliore al mondo è la Svizzera, che dista dal quel parametro solo del 26%. A sorpresa la peggiore tra tutti i 42 paesi Ocse è l'Australia, con un carbon gap di quasi il 79%. Altrettanto a sorpresa l'Italia: si piazza nella metà migliore della classifica, con un divario di “solo” il 46%.

Articolo precedentemente pubblicato su LA STAMPA

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