L’inutile espansione dei terreni agricoli minaccia il pianeta

Per proteggere gli habitat e la fauna selvatica, i paesi in via di sviluppo dovrebbero aumentare la produttività delle superfici esistenti incoraggiando pratiche agricole più sostenibili

L’inutile espansione dei terreni agricoli minaccia il pianeta

Un gesto lodevole al servizio di un nobile obiettivo: nei mesi scorsi il commercio di avorio è stato bandito dal Regno Unito, che si è così unito ad altri paesi - tra i quali Cina e Stati Uniti – nella battaglia per sconfiggere il bracconaggio e proteggere dall'estinzione una specie in pericolo. Ma non sarà lo stop alla vendita di avorio a fermare il declino delle popolazioni dei grossi pachidermi. In effetti, la principale minaccia per queste e molte altre specie è un’attività umana decisamente più ordinaria: l'agricoltura.

Nei cosiddetti paesi in via di sviluppo la ricerca di terreni fertili prosegue senza sosta. Secondo l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura (FAO), se le tendenze attuali dovessero risultare confermate, entro il 2050 la terra arabile mondiale aumenterà di circa 70 milioni di ettari e gran parte dei nuovi terreni agricoli sarà strappata ad aree boschive. Il rischio è più rilevante in Sudamerica e nell'Africa subsahariana, dove l’incremento demografico e la domanda alimentare stanno riducendo le foreste tropicali.

La povertà è alla base di questa crisi ecologica, ma a loro volta le pratiche agricole utilizzate perpetuano il ciclo della fame e della distruzione dell'habitat. In Africa, ad esempio, la resa dei raccolti persistentemente bassa – corrisponde a circa il 20% di quella media osservata a livello globale - è connessa alla modesta qualità dei semi e alla mancanza di irrigazione. Così, quando la fertilità del suolo diminuisce, gli agricoltori non vedono altra scelta che cercare nuove terre da coltivare.

C'è, tuttavia, un modo per porre fine a questo circolo vizioso. La ricerca scientifica mostra che è possibile aumentare la produttività rispettando l’ambiente e la fauna selvatica. Questo approccio, noto come "intensificazione sostenibile", mira a incrementare la produzione nei terreni agricoli esistenti utilizzando tecniche come la gestione integrata delle colture e il controllo avanzato dei parassiti. Se quest’ultimi fossero diffusamente applicati, si potrebbe persino ridurre la quantità complessiva di terra sfruttata per la coltivazione.

Non è un obiettivo impossibile. Negli ultimi 25 anni, gli agricoltori di oltre 20 paesi in tutto il mondo hanno migliorato la sicurezza alimentare mantenendo o aumentando la copertura forestale. Secondo uno studio, tra il 1965 e il 2004, nei paesi in via di sviluppo dove sono stati piantati semi di alta qualità è stato possibile ridurre i terreni coltivati di quasi 30 milioni di ettari - un'area approssimativamente estesa come l'Italia. Questi risultati potrebbero essere ulteriormente migliorati se i piccoli agricoltori avessero accesso ad attrezzature più moderne, analisi dei dati e maggiori finanziamenti.

In realtà, i fondi non mancano. A livello globale miliardi di dollari sono investiti ogni anno per affrontare il degrado ambientale e la povertà. Sono collegati a questi due fattori anche molti dei 17 obiettivi per uno sviluppo sostenibile indicati dalle Nazioni Unite. Eppure, la maggioranza dei progetti della principale organizzazione mondiale opera isolatamente, compromettendo il risultato potenzialmente raggiungibile.

Non c’è dubbio che politiche come i divieti posti al commercio di avorio possano attenuare l'impatto sull’ambiente dell'attività umana. Ma la causa principale, l'agricoltura, non riesce ad attirare l'attenzione politica che merita. Fino a quando ciò non cambierà, ci si limiterà a proporre strategie mirate a proteggere soltanto la fauna selvatica. Avremo salvato qualche elefante in più, illudendoci forse che sia sufficiente per tenere sotto controllo buona parte degli effetti prodotti dall’uomo sul pianeta.

Questo articolo è stato precedentemente pubblicato su LA STAMPA

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