Una montagna di rifiuti alta quanto l'Everest. E la Cina dice basta

Da Tetto del Mondo a discarica più d'alta quota del pianeta. Colpa delle migliaia di alpinisti che tentano la scalata dell'Everest ma che, se non ci rimettono la vita, certo lasciano un sacco, anzi una montagna, di residui. E la Cina ha deciso una stretta. A tempo indeterminato

Una montagna di rifiuti alta quanto l'Everest. E Pechino dice basta

Se per caso, per il prossimo week end, stavate pensando di mettervi un giaccone, magari un po' pesante, un paio di scarponi da trekking e infilare qualche panino in uno zainetto per fare una bella scampagnata sull'Everest, beh, forse è il caso di rimandare la partenza. Non che ci sia nulla di strano nella pensata, visti i numeri (sorprendenti) di turisti d'altura più o meno improvvisati che tentano questo tipo di gita, ma il problema è di ordine burocratico: le autorità del Tibet, la regione autonoma della Cina dove ricade il versante nord dell'Everest, hanno piantato dei nuovi paletti - “nel ghiaccio” si potrebbe ironizzare - per tentare di arginare proprio la folla di maniaci rupestri, pure piuttosto disattenti all'ambiente, come vedremo.

Sarà colpa del benessere che si estende in Cina o della mania dei viaggi estremi che cattura crescenti percentuali di viaggiatori occidentali, fatto sta che ogni anno 2.500 persone scalano, o tentano di scalare dal lato cinese, gli 8.848 metri della vetta più alta del mondo. In totale, quindi, 20 mila persone dal 2010, per quattro quinti cinesi, secondo i dati dell'agenzia statale Xinhua. Sembrerebbe già un traffico umano intenso, considerato il contesto decisamente ostile, ma non è ancora tutto. I numeri complessivi sono anche più cospicui. Nel campo base situato a 5200 metri sopra il livello del mare, nei soli anni 2014 e 2015 si sono presentate 100.000 persone. Sono gli ultimi dati ufficiali cinesi. Ma l'affluenza non è certo scesa in questi ultimi anni, anzi. Secondo un database pubblico himalayano sarebbero 60 mila all'anno le visite dal lato cinese. E da quello nepalese, dove si trova il campo base-sud, la pressione umana è molto simile.

Un flusso umano che lascia tracce nel fragilissimo ecosistema himalayano. Tracce molto pesanti: lattine, buste di plastica, stufette, fornelli da campo, tende, bombole di ossigeno. Nelle tre campagne di pulizia lanciate l'anno scorso con il nome Green Shield 2018, decine di volontari hanno raccolto qualcosa come 335 tonnellate di rifiuti al di sotto del campo base del monte Qomolangma, come i tibetani e i cinesi chiamano l'Everest. Non meno scandalose le quasi nove tonnellate raccolte al di sopra del campo, anche nella cosiddetta “death zone”, chiamata così perché ad ottomila metri sopra il livello del mare l'ossigeno è estremamente scarso. E purtroppo, sia nella zona “mortale” vera e propria, sia molte centinaia di metri più in basso, tra quelle tonnellate di residui, ci sono, non solo feci umane, ma i corpi dei tanti scalatori che hanno perso la vita, circa 300 in totale.

D'ora in poi le cose cambieranno. A metà febbraio le autorità del Tibet che controllano i quasi 34 mila Km2 della riserva naturale del Qomolangma nella catena dell'Himalaya, hanno detto “stop”. D'ora in poi solo 300 scalatori all'anno con regolare permesso potranno tentare la salita fino alla vetta, e solo durante la primavera. I turisti e alpinisti “ordinari”, invece, non potranno raggiungere il campo base ma al massimo le aree intorno al monastero di Rongbuk, a 5.000 metri. Un taglio drastico, per di più “sine die”, che sui social ha fatto il giro del mondo raccogliendo la preoccupazione di migliaia di novelli Reinhold Messner o sir Edmund Hillary, che per primo – con il suo sherpa Tenzing Norgay – conquistò la visuale più alta del mondo, nel 1953.

Questo articolo è stato precedentemente pubblicato su LA STAMPA

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