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La crisi di Volkswagen entra in una fase ancora più delicata. Il CEO Oliver Blume ha confermato che, dei circa 50mila ulteriori posti di lavoro che il gruppo potrebbe dover eliminare, all'incirca la metà potrebbe riguardare la Germania.
Non si tratta però, almeno per ora, di un piano definitivo di licenziamenti. Blume ha precisato che Volkswagen intende utilizzare il più possibile strumenti volontari: pensionamenti, accordi individuali, turnover naturale, part-time e una politica di assunzioni più restrittiva.
Il conto potrebbe diventare enorme
La nuova sforbiciata si aggiungerebbe ai 50mila posti già destinati a essere eliminati entro il 2030, sulla base dell'accordo raggiunto da Volkswagen con i sindacati alla fine del 2024.
Il gruppo ha già sottoscritto accordi per oltre 37mila uscite nell'ambito del precedente piano. La prospettiva complessiva è quindi quella di una ristrutturazione senza precedenti nella storia recente del colosso automobilistico tedesco.
Il sindacato: fino a 115mila posti a rischio
La rappresentanza dei lavoratori è però molto più pessimista.
La presidente del consiglio di fabbrica Daniela Cavallo stima che, nello scenario peggiore, i posti di lavoro potenzialmente coinvolti in Germania possano arrivare a 115mila, considerando sia i nuovi tagli sia l'incertezza sul futuro di alcuni stabilimenti.
Una cifra che alza drasticamente la tensione tra management e dipendenti.
A Wolfsburg la protesta contro Blume
Il clima è esploso il 24 agosto a Wolfsburg, sede storica di Volkswagen, durante un'assemblea alla quale hanno partecipato oltre 10mila lavoratori.
Blume ha sostenuto che il gruppo deve diventare più competitivo e che nei prossimi 6-12 mesi dovranno essere definite prospettive industriali credibili per tutti gli stabilimenti. Ma il suo intervento è stato accolto da fischi e proteste.
Cavallo ha attaccato duramente il management: “La fiducia nel consiglio di amministrazione è compromessa”, contestando soprattutto la comunicazione del gruppo sui nuovi piani di risparmio.
Quattro fabbriche restano senza futuro
Il nodo più delicato riguarda quattro stabilimenti tedeschi: Emden, Hannover, Zwickau e Neckarsulm, quest'ultimo appartenente ad Audi.
Volkswagen assicura che nessuna chiusura è stata ancora decisa. Tuttavia, Blume ha ammesso che per questi siti non è ancora stata individuata una prospettiva industriale affidabile oltre il 2030.
Il caso di Osnabrück è ancora più emblematico: la produzione automobilistica è destinata a terminare e Volkswagen sta valutando possibili alternative, compreso un utilizzo dello stabilimento per attività legate all'industria della difesa.
Perché Volkswagen è sotto pressione
La trasformazione nasce da una combinazione di fattori: concorrenza sempre più aggressiva dei produttori cinesi, domanda europea debole, costi elevati degli stabilimenti tedeschi, difficoltà nel mercato delle auto elettriche e dazi statunitensi.
Volkswagen ha riconosciuto la necessità di ridurre strutturalmente i costi e di semplificare la propria organizzazione. Il gruppo punta a ottenere oltre 6 miliardi di euro di risparmi netti annuali entro il 2030.
La Germania rischia di pagare il prezzo della trasformazione
La crisi Volkswagen è quindi qualcosa di più di una ristrutturazione aziendale. Il futuro del principale gruppo automobilistico tedesco rappresenta un banco di prova per l'intera industria manifatturiera europea.



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