C’è più lavoro, ma è senza qualità

Per la prima volta dal 2012, il tasso di disoccupazione è sceso sotto il 10%. Tuttavia, da 20 anni continua la “productless recovery”, cioè una ripresa senza prodotto e produttività. Sebbene restino sul campo sfide enormi, i dati Istat indicano comunque che l’Italia ce la può fare

C’è più lavoro, ma è senza qualità

Il tasso di disoccupazione a maggio è sceso sotto la soglia psicologica del 10% dopo sette anni è indubbiamente una buona notizia. Occorre, tuttavia, ricordare che si tratta di un dato mensile. Ancora più robusto è il tasso di occupazione delle persone tra i 15 e i 64 anni è arrivato al 59%, il livello più alto da quando sono disponibili le serie storiche (1977).

Negli altri paesi europei, salvo Grecia e Spagna (anche la Francia resta su livelli di disoccupazione strutturalmente alti con l’8,6%), si parla di piena occupazione. Anche in termini di occupazione, il 59% corrisponde “soltanto” a 23 milioni di occupati in un paese di 60 mln di abitanti, cosicché l’Italia resta al penultimo posto nell’Ue davanti alla Grecia.

Vista la crescita anemica del Pil degli scorsi 20 anni è difficile pretendere di più. Continua così la “productless recovery” italiana, cioè una ripresa senza prodotto e, soprattutto, senza produttività. In termini di ore lavorate, ad esempio, siamo ancora ben lontani dai livelli pre-crisi. Il tempo parziale involontario è raddoppiato nei dieci anni passati dall’inizio della crisi. E i salari, come la produttività del lavoro, rimangono al palo. La distanza tra il tasso di occupazione degli uomini (68,1%) e quello delle donne (50%), poi, è enorme.

Restano, dunque, sfide importanti sul campo. Tuttavia, esser nuovamente scesi sotto la soglia del 10% mostra che, anche quando i ritardi economici e sociali italiani sembrano irrecuperabili, è comunque possibile far meglio. 

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Indicatori

La disoccupazione femminile in Italia, Germania, Giappone e Stati Uniti

I dati evidenziano uno dei punti di debolezza del mercato del lavoro in Italia: la disoccupazione femminile. Il confronto con altre economie avanzate, come Germania, Giappone e Stati Uniti, mette in luce un gap strutturale, ma anche un elevato prezzo pagato alla grande crisi. Nel 2007 le donne in cerca di lavoro in Italia corrispondevano al 23,4% per poi schizzare al 45% nel 2014, salvo poi scendere al 39% nel 2017.

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