Bottiglia di pomodoro, il contenitore costa più del contenuto

In una bottiglia da 0,7 litri in vendita a 1 euro quasi la metà del valore è il margine della distribuzione commerciale, il 20% è costituito dai costi di produzione industriali, un altro 20% da quelli della bottiglia, il 10% è riconosciuto al pomodoro, il 5% ai trasporti. E quasi 1 prodotto alimentare su 5 importati in Italia non rispetta le normative vigenti nel nostro Paese

Bottiglia di pomodoro, il contenitore costa più del contenuto

Quando si acquista una passata al supermercato si paga più per la bottiglia che per il pomodoro contenuto. È quanto emerge da una analisi condotta da Coldiretti. In una bottiglia di passata di pomodoro da 0,7 litri in vendita mediamente a 1 euro la metà del valore (45%) è il margine della distribuzione commerciale, il 20% è assorbito dai costi di produzione industriali, un altro 20% da quelli della bottiglia con gli imballaggi, il 10% è il valore riconosciuto al pomodoro, e il 5% ai trasporti.

“Esiste un evidente squilibrio nella distribuzione del valore lungo la filiera favorito anche da pratiche commerciali sleali che strangolano gli agricoltori con prezzi al di sotto dei costi di produzione – sottolinea la Coldiretti – . A circa tre anni dall’approvazione della legge sul caporalato l’esperienza dimostra che la necessaria repressione da sola non basta ed è invece necessario agire anche sulle leve economiche che spingono o tollerano lo sfruttamento, dalla lotta alle pratiche commerciali sleali fino alle importazioni low cost da Paesi a rischio dove viene addirittura sfruttato il lavoro minorile, forzato e sfruttamento delle minoranze, dal riso asiatico all’ortofrutta sudamericana fino alle nocciole turche che fanno concorrenza sleale alle imprese impegnate a garantire la tutela del lavoro, del territorio e della sicurezza alimentare.”

Quasi 1 prodotto alimentare su 5 importati in Italia non rispetta le normative in materia di tutela della salute e dell’ambiente o i diritti dei lavoratori vigenti nel nostro Paese - a partire da quella sul caporalato - dove arrivano spesso con agevolazioni anche grazie agli accordi preferenziali stipulati dall’Ue.  

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La disoccupazione femminile in Italia, Germania, Giappone e Stati Uniti

I dati evidenziano uno dei punti di debolezza del mercato del lavoro in Italia: la disoccupazione femminile. Il confronto con altre economie avanzate, come Germania, Giappone e Stati Uniti, mette in luce un gap strutturale, ma anche un elevato prezzo pagato alla grande crisi. Nel 2007 le donne in cerca di lavoro in Italia corrispondevano al 23,4% per poi schizzare al 45% nel 2014, salvo poi scendere al 39% nel 2017.

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