L'economia italiana resta sospesa tra specializzazione in ambiti low-tech e nanismo industriale

L'economia italiana resta sospesa tra specializzazione in ambiti low-tech e nanismo industriale. Le grandi imprese sono produttive e competitive, ma sono poche

Alla ricerca della produttività perduta

Uno dei talloni d'Achille dell'economia italiana, sì sa, è la produttività stretta nella morsa di una specializzazione in ambiti low-tech e del nanismo industriale.

Le grandi imprese sono produttive

Tuttavia il divario di produttività che penalizza il nostro paese nei confronti internazionali non è rappresentativo dell’intero sistema economico: nel settore manifatturiero, ad esempio, le imprese medio-grandi e grandi sono competitive e mostrano una produttività del lavoro più alta della media di dieci altri paesi europei (Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Lussemburgo, Norvegia, Paesi Bassi Svezia e Ungheria). Un risultato analogo si riscontra per le grandi imprese di servizi.

Il problema sono le piccole imprese

Sono, invece, le imprese con meno di 50 addetti, e soprattutto quelle con meno di 10, a risultare meno produttive rispetto agli altri paesi europei. Il problema è che le micro imprese costituiscono l’82% nel settore manifatturiero (contro il 67% della media europea) e il 97% nei servizi (a fronte dell’85% negli altri stati considerati). Da quest’ultimi sono esclusi i servizi finanziari.

Le imprese impiegano meno occupati, anche quelle produttive

In Italia le imprese medio-grandi e grandi sono produttive e competitive. Il problema è che sono poche rispetto agli altri paesi. E quelle più produttive, nel settore manifatturiero, impiegano in media circa un terzo degli occupati in confronto alle corrispondenti aziende europee. Nei servizi di mercato il quadro è parzialmente diverso: il gap dimensionale delle imprese italiane è più ampio nella fascia più bassa di produttività e si assottiglia in corrispondenza delle unità più performanti.

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