Il Primo Maggio del lavoro che non c’è

A sei settimane dal lockdown risulta al momento fermo un terzo dei lavoratori in Italia. E i maggiori disagi sono concentrati tra gli occupati che già prima del coronavirus rappresentavano le fasce più deboli della popolazione

Il Primo Maggio del lavoro che non c’è

Dopo lo shock iniziale del lockdown, che ha costretto quasi un lavoratore su due a fermarsi, c’è stato un evidente sforzo di aggiustamento sul mercato del lavoro italiano.

Le modifiche più rilevanti sono avvenute soprattutto grazie alla diffusione del cosddetto ‘smart working’, malgrado non fosse una forma di lavoro molto diffusa in Italia e le difficoltà legate a infrastrutture digitali carenti rispetto ad altri paesi europei.

Così, a sei settimane dal lockdown, risulta al momento fermo un terzo dei lavoratori. E i maggiori disagi sono concentrati tra gli occupati che già prima del coronavirus rappresentavano le fasce più deboli della popolazione.

In Germania, Francia, e Regno Unito, invece, i lavoratori rimasti fermi variano dal 20 al 28%. Anche la percentuale degli occupati il cui reddito si è ridotto a marzo, rispetto a quello di gennaio, è inferiore in questi Paesi rispetto al nostro.

Occorre, tuttavia, precisare che il maggior impatto del coronavirus sul mercato del lavoro italiano è in parte dovuto alla tempistica del lockdown, con il nostro paese che ha preceduto Francia e Germania di almeno una settimana e il Regno Unito di due.

Ma occorre anche riconoscere che la struttura del mercato del lavoro in quei paesi, più orientato verso ambiti high-skilled, favorisce una maggiore diffusione dello smart working. Inoltre, il tessuto imprenditoriale italiano è ancora fortemente afflitto da nanismo industriale e specializzazione in ambiti perlopiù low-tech se paragonato agli altri 3 Paesi.

Così come la rilevante precarizzazione del mercato del lavoro farà sì che gli effetti reali si vedranno nei prossimi mesi quando, molto probabilmente, la maggior parte delle aziende non saranno in grado di riassorbire i livelli occupazionali precedenti alla pandemia. E non è che fossero livelli sfavillanti. Il tasso di occupazione era già strutturalmente molto più basso in Italia rispetto agli altri paesi europei presi in considerazione. E ora il virus rischia di trasformarsi in pandemia del lavoro.

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