
Dal 27 aprile la Svizzera ha ufficialmente esaurito la propria produzione energetica annuale.
Da questa data fino alla fine dell’anno, il Paese “vive a credito”, dipendendo interamente dalle importazioni di energia per soddisfare il fabbisogno interno.
Un indicatore simbolico ma potente, che misura la fragilità strutturale del sistema energetico elvetico.
Produzione interna insufficiente: solo il 32% del fabbisogno
Secondo le ultime stime della Fondazione Energia, nel 2026 la Svizzera copre appena il 32% della propria domanda energetica con risorse interne.
Il restante 68% arriva dall’estero, soprattutto sotto forma di petrolio, gas e uranio.
Una dipendenza che costa circa 7 miliardi di franchi all’anno e che espone il Paese a rischi economici e geopolitici.
Confronto europeo: Svizzera a metà classifica
Nel panorama europeo, la Svizzera si colloca in una posizione intermedia.
Paesi come Estonia superano il 97% di autosufficienza energetica, mentre Svezia, Lettonia e Romania coprono oltre metà del fabbisogno con fonti domestiche.
All’estremo opposto si trova la Francia, con un livello di indipendenza energetica ancora più basso, intorno al 18%.
Il nodo geopolitico: energia da aree instabili
Gran parte delle forniture energetiche svizzere proviene da regioni ad alta instabilità politica, tra cui Medio Oriente, Asia settentrionale e Paesi dell’ex area sovietica.
Le tensioni internazionali degli ultimi anni hanno evidenziato la vulnerabilità di questo modello, basato su lunghe catene di approvvigionamento e su infrastrutture che transitano attraverso l’Unione Europea.










