Big Oil apre a Trump: 100 miliardi per il petrolio del Venezuela. C’è anche Eni

Sicurezza USA, controllo strategico e investimenti guidati da Washington. Eni pronta a entrare, ExxonMobil frena: “Paese non investibile”

Big Oil apre a Trump: 100 miliardi per il petrolio del Venezuela. C’è anche

Alla Casa Bianca, Donald Trump ha presentato nei giorni scorsi un piano ambizioso per il rilancio del settore petrolifero del Venezuela, invitando le grandi compagnie energetiche mondiali a investire almeno 100 miliardi di dollari per ricostruire infrastrutture obsolete e riportare in produzione i vastissimi giacimenti del Paese sudamericano. L’obiettivo dichiarato è chiaro: riportare il Venezuela al centro della mappa energetica globale, sotto una regia direttamente controllata dagli Stati Uniti.

“Total safety”: garanzie americane e controllo diretto

Durante l’incontro con i vertici di Chevron, ExxonMobil, Shell, Repsol e altri colossi del settore, Trump ha promesso “sicurezza totale” agli investitori, garantendo protezione statunitense e stabilità operativa. Secondo quanto emerso, Washington deciderà chi potrà operare in Venezuela, escludendo contratti diretti con Caracas. Le vendite di greggio verrebbero gestite dagli USA, che potrebbero convogliare fino a 50 milioni di barili verso le raffinerie americane.

Eni pronta a entrare: Descalzi conferma

Tra i manager presenti anche Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni, che ha confermato la disponibilità del gruppo italiano a partecipare al progetto. “Eni è già presente in Venezuela con circa 500 dipendenti ed è pronta a investire e collaborare con le compagnie statunitensi”, ha dichiarato Descalzi, segnando un’apertura significativa dell’Italia all’iniziativa americana.

Big Oil divisa: entusiasmo politico, prudenza industriale

Nonostante l’annuncio trionfale, le reazioni delle major restano caute. Il CEO di ExxonMobil, Darren Woods, ha definito il Venezuela “non investibile nelle condizioni attuali”, chiedendo riforme profonde del quadro legale, fiscale e normativo, a partire dalle leggi sugli idrocarburi. Una posizione che riflette il timore diffuso di impegnare capitali ingenti in un contesto ancora segnato da instabilità politica e incertezza giuridica.

Una partita strategica per Washington

Il progetto di Trump va ben oltre il petrolio. Il Venezuela detiene circa il 20% delle riserve accertate mondiali, e il piano USA mira a riaffermare la leadership americana sulle risorse energetiche globali. L’operazione avrebbe anche l’effetto di ridimensionare l’influenza di Cina e Russia, finora protagoniste nel settore energetico venezuelano, e di contribuire a mantenere bassi i prezzi del carburante sul mercato interno statunitense.

I dubbi degli analisti: tempi lunghi e rischio mercato

Secondo esperti del settore, riportare la produzione venezuelana ai livelli storici richiederebbe decenni, riforme strutturali e investimenti continui. L’Agenzia Internazionale dell’Energia prevede che la domanda globale di petrolio potrebbe raggiungere il picco entro il 2030, per poi iniziare una lenta discesa, trainata dalla diffusione dei veicoli elettrici in Cina e nelle economie emergenti. Se il pieno regime produttivo del Venezuela arrivasse solo intorno al 2040, molti investimenti rischierebbero di non rientrare.

Il nodo climatico e l’effetto indiretto

Gli esperti climatici avvertono che un ritorno massiccio ai combustibili fossili sarebbe disastroso per il clima. Secondo Carbon Tracker, il rischio maggiore non è solo l’aumento delle emissioni, ma l’effetto sistemico: distogliere risorse e attenzione dalla transizione energetica, rafforzando un paradigma energetico ormai superato.

Chi investirà davvero?

Secondo analisti e investitori, le grandi major quotate — vincolate dagli azionisti e da rigorose analisi del rischio — potrebbero muoversi con estrema cautela. I primi beneficiari del piano Trump potrebbero quindi essere società di servizi petroliferi e operatori indipendenti più piccoli, con una maggiore tolleranza al rischio. “I pionieri con più appetito per il rischio potrebbero ottenere i maggiori ritorni”, ha spiegato Carlos Bellorin, analista di Welligence. “Per alcune società indipendenti, assicurarsi un solo asset venezuelano di livello mondiale potrebbe essere trasformativo”.

Petrolio, potere e geopolitica

Il rilancio del petrolio venezuelano si conferma così una scommessa geopolitica prima ancora che industriale, sospesa tra ambizioni strategiche, incertezze economiche e il peso crescente della transizione energetica globale.

Fonte
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