
La chiusura dello Stretto di Hormuz sta rivoluzionando il mercato globale del petrolio, premiando in modo netto gli Stati Uniti (come aveva prefigurato nelle scorse settimane quoted business).
Secondo le ultime stime di Kpler, le esportazioni di greggio USA hanno raggiunto i 5,2 milioni di barili al giorno, segnando un aumento di circa il 30% rispetto al periodo precedente al conflitto con l’Iran.
Un livello che avvicina Washington a nuovi record storici, consolidando il ruolo di primo produttore mondiale.
Asia a caccia di forniture alternative
A trainare la domanda è soprattutto l’Asia, storicamente dipendente dalle rotte del Golfo Persico.
Con Hormuz bloccato – snodo da cui transitava circa il 20% del petrolio mondiale – Paesi come Cina, India, Giappone e Corea del Sud stanno dirottando gli acquisti verso gli Stati Uniti.
Il segnale più evidente arriva dal traffico marittimo: almeno 68 petroliere vuote sono attualmente dirette verso le coste americane, più del doppio rispetto al periodo pre-crisi.
Prezzi in impennata: WTI vicino ai 100 dollari
L’aumento della domanda sta spingendo al rialzo le quotazioni del greggio.
Il WTI americano si avvicina alla soglia dei 100 dollari al barile, arrivando in alcuni momenti a superare il Brent europeo, un’anomalia che riflette tensioni immediate sull’offerta.
Il mercato è entrato in fase di “backwardation”, segnale di forte scarsità nel breve periodo e di prezzi più alti per consegne immediate.
Arabia Saudita alza i prezzi, mercato sotto pressione
Anche i produttori del Golfo reagiscono al nuovo scenario.
L’Arabia Saudita ha aumentato significativamente i premi sul proprio greggio, segnalando una stretta globale sull’offerta e un mercato sempre più teso.
Il risultato è una competizione crescente tra acquirenti, con effetti diretti su inflazione e costi energetici.
Europa esposta: rischio caro energia
Per l’Europa la situazione è particolarmente delicata.
Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, l’UE ha aumentato la dipendenza dal petrolio americano, che oggi copre circa il 15% delle importazioni.
Con il boom della domanda asiatica e l’aumento dei prezzi, Bruxelles rischia di pagare di più per garantirsi le forniture, aggravando il costo complessivo dell’energia.
Gli USA guadagnano, ma non tutti
Il rialzo del petrolio rappresenta un’opportunità per l’economia americana, come sottolineato anche da Donald Trump: prezzi più alti significano maggiori entrate per produttori e esportatori.
Tuttavia, il beneficio è distribuito in modo diseguale.
Le grandi compagnie petrolifere registrano profitti record, mentre famiglie e imprese devono fare i conti con carburanti più cari: negli Stati Uniti la benzina ha superato i 4 dollari al gallone e il diesel i 5 dollari.
Un nuovo equilibrio energetico globale
La crisi di Hormuz sta accelerando una trasformazione già in atto: il passaggio da un sistema centrato sul Medio Oriente a uno più multipolare, con gli Stati Uniti in posizione dominante.
Ma l’instabilità geopolitica continua a rappresentare una variabile chiave, capace di ridisegnare in pochi giorni equilibri economici globali.


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