Acqua potabile per tutti dagli oceani: un sogno dal costo salato

Acqua potabile per tutti dagli oceani: un sogno dal costo salato

In Italia certo non ne abbiamo molta dimestichezza: il termine “desalinizzazione” non è esattamente alle cronache spesso dalle nostre parti. La penisola italiana ha tante criticità ma complessivamente, a parte alcune aree e per limitati periodi, non ha strutturali deficit di approvvigionamento di acqua potabile. C'è invece una larga parte di mondo che ha drammatici problemi idrici: ben una persona su quattro, secondo l'Oms, affronta quotidianamente consistenti difficoltà di accesso all'acqua e la percentuale potrebbe salire a una persona su due nello spazio di meno di un decennio. Per centinaia di milioni di esseri umani, dunque, la parola “desalinizzazione” è ben più ricorrente che per un italiano, perché è speranza di vita migliore.

E per 300 milioni di persone è già una realtà imprescindibile. È il numero di coloro che vengono dissetati ogni giorno grazie a un impianto di desalinizzazione. Ce ne sono 16 mila nel mondo, in 100 paesi, e producono ogni giorno 95 milioni di metri cubi d'acqua dolce. La metà di tutta questa H2O per uso umano viene prodotta nella penisola arabica, area diventata leader appunto nella desalinizzazione dell'acqua del mare per due motivi molto semplici: è una delle zone del pianeta più secche ed è al contempo un'area ricca di combustibili fossili, che sono necessari per l'estrazione del sale dall'acqua del mare.

E sì perché i siti di desalinizzazione sono estremamente energivori, e lo sono sia quelli “termici” di impostazione più antica e tradizionale, sia quelli a “osmosi inversa”. I primi funzionano grazie al riscaldamento dell'acqua del mare sino all'evaporazione e alla successiva condensa, i secondi invece attraverso la pressione del liquido su un filtro a membrana che fa passare solo le molecole d'acqua e ferma il sale e gli altri componenti. In entrambi in casi l'uso di energia è intenso. Quindi queste strutture sono al centro di un evidente circolo vizioso: sono situate nelle aree aride del pianeta che più soffrono per il cambio climatico e producono acqua per le popolazioni residenti diffondendo, però, emissioni che aumentano proprio l'effetto-serra. Nel complesso questi impianti diffondono nell'atmosfera 76 milioni di tonnellate di CO2 all'anno.

Ma c'è un altro residuo delle operazioni di desalinizzazione, anche più pericoloso dei gas-serra. Sono i fanghi ipersalinizzati e carichi anche di altre sostanze come minerali e metalli. Se ne produce un litro e mezzo per ogni litro di acqua da bere. Un volume quindi imponente, 142 milioni di tonnellate al giorno, quanto basta per coprire tutta la Germania. Questa poltiglia salmastra viene scaricata nel mare con un forte impatto sull'ecosistema-base, cioè la vegetazione dei fondali, le alghe, la posidonia e il fitoplancton. E purtroppo sono molte le centrali di desalinizzazione che sversano nel Mediterraneo. Anche quella più grande al mondo, in Israele, a 15 km da Tel Aviv, e che tratta 620 mila metri cubi al giorno.

Insomma la dissalazione, pur fondamentale per tante popolazioni, ha due fronti critici: l'uso intensivo di energia (con il corollario dell'effetto serra) e l'inquinamento marino. Ed è sulla riduzione dell'impatto ambientale complessivo che si sta lavorando. Sul primo aspetto si punta a “solarizzare” al massimo le nuove strutture, sul secondo a “circolarizzarle”, cioè inserire i rifiuti in un meccanismo di economia circolare, per produrre, per esempio, elettricità dai fanghi salini o fertilizzanti dai residui di fosforo. Il progetto pilota, che racchiude in un unico dissalatore i due perfezionamenti tecnologici, è in corso di realizzazione a Girona. E la Spagna si conferma il Paese che crede di più nella desalinizzazione in Europa, con trattamento di acque salmastre che raggiunge il 5-7% del totale mondiale. L'Italia? In Italia – che pur conta uno sviluppato comparto industriale di dissalatori, quasi tutto destinato all'estero - il prelievo di acque salate è minimale: lo 0,1% rispetto a quanto viene prelevato da fiumi, laghi e fonti sotterranee. 

Questo articolo è stato precedentemente pubblicato su LA STAMPA

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