È strategico il settore dell’acciaio? Sì, ma quanto?

Nell’Ue l’industria siderurgica attraversa una fase di riconversione per ridurre l’eccesso di capacità produttiva e l’impatto ambientale. Servono però salvaguardie più efficaci per permettere ai produttori europei di competere ad armi pari con quelli stranieri

È strategico il settore dell’acciaio? Sì, ma quanto?

L’industria dell’acciaio è un settore strategico, alla base della produzione di treni, elettrodomestici, auto e costruzioni. Rappresenta il 2% dell’occupazione manifatturiera italiana, sebbene abbia perso addetti negli ultimi anni.

Nonostante tutto, il 2018 è stato un anno positivo per il settore siderurgico italiano, con la produzione di acciaio grezzo in crescita dell’1,9%, ma ancora lontana dai valori pre-crisi. L’Italia è il secondo produttore europeo e il decimo al mondo.

Per il quarto anno consecutivo, tuttavia, il saldo commerciale netto è stato negativo, con importazioni maggiori delle esportazioni, e il disavanzo è in aumento. E la fotografia dei primi dieci mesi del 2019 è completamente diversa. La produzione di acciaio in Italia si è ridotta del 3,8%. Ma è tutta l’industria europea dell’acciaio a vivere un momento di difficoltà, con la produzione in calo del 2,8%. La britannica British Steel, sull’orlo della bancarotta, sarà rilevata dalla cinese Jingye, mentre Tata Steel, Thyssenkrupp e ArcelorMittal hanno tagliato la produzione in diversi impianti.

“Il problema principale è costituito infatti dall’eccesso di capacità produttiva al cospetto della crescente produzione cinese – scrive l’economista Lorenzo Sala su lavoce.info -. La Cina rappresenta ormai più della metà della produzione mondiale di acciaio.”

L’acciaio è un settore fortemente intensivo in energia, che costituisce tra il 20 e il 40% dei costi totali di produzione, e produce circa il 7% delle emissioni globali di gas serra. In Europa rientra nel mercato dei permessi di emissione. Altrove, come in Cina o in Turchia, non è previsto alcun prezzo per la CO2 e molte acciaierie europee soffrono questa concorrenza “sleale”.

Nel 2018 la Ue ha introdotto misure di salvaguardia, con quote all’import per prodotto calcolate sulla media delle importazioni avvenute nel periodo 2015-2017, esaurite le quali si applica una tariffa del 25%. I provvedimenti sono però ritenuti insufficienti, tanto che la Commissione di Ursula von der Leyen ha proposto di applicare una tassa di frontiera sulla CO2 che parificherebbe le condizioni dell’acciaio importato con quello europeo.

La sostenibilità è cruciale per l’industria siderurgica. Esistono prevalentemente due modi per produrre acciaio: il ciclo integrato con altoforno e il ciclo con forno elettrico ad arco. Oggi il 75% dell’acciaio nel mondo viene prodotto con il ciclo integrato, mentre il 25% con forno elettrico. Il secondo è però meno inquinante, perché richiede meno minerale di ferro e carbone e permette di riciclare una maggior percentuale di rottame di acciaio (potenzialmente il 100%). E l’Italia è all’avanguardia su questa tecnologia, con la produzione da forno elettrico che rappresenta più dell’80% del totale nazionale.

Allo stesso tempo, Eurofer, l’associazione europea dell’acciaio, ha chiesto come condizioni necessarie alla transizione verso un acciaio low-carbon procedure più snelle sugli aiuti di stato, disponibilità dell’energia a prezzi costanti e finanziamenti alla ricerca e sviluppo. La Commissione ha così inserito l’acciaio tra le sei catene strategiche del valore, con l’obiettivo di sviluppare tecnologie a basse emissioni. Esistono già impianti che usano meno carbone o alimentati a gas naturale, con la riduzione diretta del ferro, e progetti pilota di forni a idrogeno o con elettrolisi che permettono di ridurre enormemente le emissioni di gas serra e di altri inquinanti.

In conclusione, “casi come l’ex-Ilva di Taranto mostrano che serve una riconversione dei siti produttivi più vecchi e inquinanti – spiega Sala - che tenga conto delle tecnologie più all’avanguardia e del reale fabbisogno di capacità produttiva. Ma allo stesso tempo, l’Ue deve garantire ai suoi produttori la possibilità di giocare ad armi pari con i concorrenti stranieri.”

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