L'Africa tenta il decollo. Ma le manca l'energia

Centinaia di milioni di africani non hanno luce in casa. Mancano piani per l'energia da fonti rinnovabili. Eppure l'Africa potrebbe essere la patria del solare. E delle micro-centrali diffuse

Il continente tenta il decollo. Ma gli manca l'energia

Insomma, l'Africa cresce o no? Sta circolando nelle cancellerie d'Occidente una cartellina con un dato che influenza non poco i decision makers dei paesi sviluppati. Il continente africano cresce sensibilmente: +5% il Pil aggregato. Scontato l'impatto sui responsabili politici europei: ma allora perché questi enormi flussi migratori?

In realtà le cose non stanno così. A fronte di alcuni paesi che stanno in effetti galoppando, come Nigeria ed Egitto - che entreranno tra le prime quindici economie del pianeta nel 2050 - tutto il resto dell'Africa arranca: il pil pro-capite a livello continentale non supera i 2000 dollari e il 54% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà.

Gigantesche sacche di povertà, non solo economica, ma energetica. L'articolo di Deutsche Welle mette in luce ciò che luce non ha: ci sono 660 milioni di abitanti dei paesi subsahariani che non hanno accesso alla corrente elettrica. Non possono usare un ventilatore o un frigorifero, né ricaricare un telefono.

È un dato drammatico che alza il velo su una delle zavorre – non l'unica e forse nemmeno la più importante – che impediscono a un miliardo e 200 milioni di africani un futuro, se non di benessere, quanto meno di dignità. Dunque l'energia. L'Africa ne ha enorme fame ma ne produce pochissima, solamente 100 gigawatt, tanto che la Banca Mondiale stima come indispensabile far crescere di ben sette volte questa capacità, portandola a 700 gw entro il 2040.

E, poi, ci sono i continui black out, che impattano duramente sulle persone e forse ancor di più sulle imprese. Il problema, nel caso degli improvvisi stop alla fornitura elettrica, dipende dal modello energetico adottato in molti Stati africani. Con sorpresa, per un continente ai nostri occhi in gran parte legato all'immagine della siccità, si scopre che una buona fetta – non la maggiore in assoluto - della produzione di energia proviene dall'idroelettrico, con tutta l'oscillazione che la mutevolezza del tempo produce, soprattutto da queste parti, tra fasi siccitose e alluvionali. 

Ma c'è di peggio. Perchè, se l'idroelettrico rende l'approvvigionamento incerto, almeno però è una fonte energetica pulita. La prima fonte di energia africana è, purtroppo, puramente fossile: impianti quindi a carbone, a petrolio e a gas, con tutto lo strascico di emissioni nocive rilasciate da quelle centrali. Tutti i paesi avanzati del mondo stanno abbandonando questo modello energetico. Non l'Africa. O meglio non “in” Africa. Sconvolgente infatti il dato suì finanziamenti pubblici (cioè da parte di stati extra-africani o istituzioni internazionali) ai fini dello sviluppo energetico in Africa: quasi il 60% è destinato, ancora una volta, a produzione elettrica da combustibili di origine fossile e solo il 18% da fonti alternative. Il primo di questa tipologia di finanziatori è, c'era da sospettarlo, la Cina. Il secondo è la Banca Mondiale, che almeno prevede una dinamica crescente per le rinnovabili.

E dire che l'Africa è la patria mondiale del sole e del vento. C'è da augurarsi che prendano forza due istanze. Di una, di grandi proporzioni, se ne parla da tempo ma che non parte mai in termini perentori, e cioè la costruzione e messa in rete di alcune megacentrali solari ed eoliche nel Sahara (di cui si era parlato recentemente qui nell'articolo “Un bosco nel Sahara”). E la seconda è quella su cui spingono molte compagnie elettriche private. Data la strutturale arretratezza delle reti distributive africane, che fanno perdere anche il 20%  dell'energia prodotta e dato anche, come dicevamo, il totale “isolamento” in termini di accesso all'elettricità, di centinaia di milioni di africani, la soluzione potrebbe essere quella di creare micro-centrali solari o eoliche o da biomasse, diffuse e sconnesse dagli elettrodotti principali, per rifornire da vicino le comunità finora isolate.

Questo articolo è stato precedentemente pubblicato su LA STAMPA

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