Ecco perché il premier Boris Johnson ha (in parte) ragione sull’immunità di gregge

Cosa accadrà dopo aver raggiunto il fatidico picco? Il Covid-19 ci costringerà ad adottare in modo permanente stringenti regole igieniche e sociali

Ecco perché Boris Johnson ha (in parte) ragione sull’immunità di gregge

Vuoi vedere che alla fine lo scapigliato Boris Johnson aveva ragione? O meglio, che i suoi autorevoli consulenti hanno ragione in merito alla immunità di gregge?

In tanti sono saltati sulla sedia (compreso chi scrive questo articolo) quando il premier britannico aveva brutalmente detto di puntare all’immunità di gregge e sadicamente spiegato che ci sarebbero state numerose vittime.

Ma alla fine è stato forse più un problema di comunicazione politica che scientifica. Mi spiego. Uno studio dell’Imperial College mette in evidenza cosa potrebbe accadere dopo aver raggiunto il fatidico picco. Si tratta di un andamento (leggermente decrescente) fatto di altri continui picchi.

Il che ci riporta all’immunità di gregge. In assenza di un vaccino, la pandemia sarà probabilmente superata quando la maggior parte della popolazione sarà stata ‘colpita’, così da poter sviluppare gli anticorpi necessari. Di fatto, quello che anche in Italia stiamo facendo è diluire nel tempo I contagi per evitare di mandare al collasso il sistema sanitario.

In questo senso, cio’ che differenzia davvero il nostro approccio da quello inizialmente adottato da Johnson è la velocità di diffusione, nel senso che senza adottare alcuna misura di limitazione del contagio (come appunto suggerito dal premier britannico) il numero delle vittime sale in modo vertiginoso.

Cosa significa tradotto in termini più concreti? Che per almeno un anno saremmo costretti a continuare a utilizzare stringenti regole igieniche e sociali in modo permanente.

Indicatori

La disoccupazione femminile in Italia, Germania, Giappone e Stati Uniti

I dati evidenziano uno dei punti di debolezza del mercato del lavoro in Italia: la disoccupazione femminile. Il confronto con altre economie avanzate, come Germania, Giappone e Stati Uniti, mette in luce un gap strutturale, ma anche un elevato prezzo pagato alla grande crisi. Nel 2007 le donne in cerca di lavoro in Italia corrispondevano al 23,4% per poi schizzare al 45% nel 2014, salvo poi scendere al 39% nel 2017.

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