È morto Cesare Romiti

Il manager che ha fatto la storia dell’economia italiana è stato ai vertici della Fiat per 25 anni

È morto Cesare Romiti

Cesare Romiti è morto. Aveva compiuto 97 anni il 24 giugno. Grande manager, e poi imprenditore, la sua storia resterà legata ai venticinque anni passati (dal 1974 al 1998) in Fiat, dove ha ricoperto il ruolo di amministratore delegato e presidente.  

Romiti arriva a Torino nel 1974. Enrico Cuccia consiglia alla famiglia Agnelli. La Fiat deve fare i conti con la crisi petrolifera, e il manager romano è secondo il patron di Mediobanca l’uomo adatto a riportare in sesto il bilancio. 

Ma quando nel 1975 viene nominato amministratore delegato per la parte finanziaria deve dividere la carica con Umberto Agnelli e soprattutto con Carlo De Benedetti, che da proprietario del fornitore Fiat Gilardini cede le sue azioni e prende in cambio una quota dell’azienda automobilistica.  

Le personalità spigolose di Romiti e De Benedetti non sono fatte per andare a lungo d’accordo e infatti dopo tre mesi il secondo lascia la Fiat cedendo le sue azioni e aprendo un conflitto in fondo mai sanato con la famiglia Agnelli.

Di qui in avanti il potere di Romiti aumenta. Il primo passo avviene nel 1976, quando conduce assieme ad Agnelli l’ingresso della Lafico – la finanziaria del governo libico guidato dal dittatore Muammar Gheddafi – nel capitale del gruppo automobilistico.

Il secondo passo avviene nel 1980. La crisi petrolifera continua e Romiti è a questo punto un uomo solo al comando.

Poi, la svolta. Nel 1988, reduce da quattro anni di bilanci record e a quel punto maggiore produttore europeo, Fiat compra anche Alfa Romeo dall’Iri - guidato da Romano Prodi.

Nel 1996 Gianni Agnelli passa la presidenza proprio a Romiti, che la manterrà fino al 1998. Ma nel frattempo il manager si è trovato anche a fare i conti con Mani Pulite. 

Nel 2000 la Cassazione conferma a Romiti una condanna per falso in bilancio, finanziamento illecito dei partiti e frode fiscale. La condanna per falso viene poi revocata dalla Corte d’Appello di Torino tre anni dopo.

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