La guerra sta facendo salire i prezzi? La risposta è: in minima parte. Basta guardare al ciclo del maiale

Se è vero che la guerra in Ucraina è stata la ragione principale per cui i prezzi delle materie prime hanno raggiunto i livelli attuali, allora i consumatori dovrebbero ricevere un risarcimento e i governi potrebbero a loro volta giustificare deficit fiscali più elevati. Ma ci sono buone ragioni per credere che le cause principali risiedano altrove e che sia necessaria una risposta politica molto diversa.

È la guerra di Putin che sta facendo salire i prezzi delle materie prime?

I prezzi alle stelle delle materie prime fanno vacillare il mondo. L'inflazione ha raggiunto il 7% sia negli Stati Uniti che in Europa – un livello mai visto da decenni – con i consumatori europei che affrontano perdite di potere d’acquisto equivalenti a quelle causate dagli shock petroliferi degli anni ‘70. La ripresa economica dalla pandemia è ora a rischio di stallo e lo spettro della stagflazione incombe sui paesi sviluppati dall’Ue al Giappone.

L’invasione dell’Ucraina è la causa principale dell’aumento dei prezzi dell’energia e delle materie prime? Dopotutto, la Russia è il più grande esportatore mondiale di petrolio e prodotti petroliferi e, insieme all’Ucraina, rappresenta un terzo delle esportazioni mondiali di grano e orzo. Ma ci sono due validi motivi per dubitare di questa spiegazione.

In primo luogo, la guerra non ha portato a interruzioni su larga scala nella fornitura di petrolio, gas o altre materie prime importanti (quantomeno non ancora). Naturalmente, la semplice aspettativa nei mercati che una carenza sia imminente può essere sufficiente per far salire i prezzi. Ma una tale aspettativa finora non sembra ancorata a solide basi.

Sì, le consegne di grano dall'Ucraina sono state interrotte e il raccolto di quest'anno è in dubbio, perché gli agricoltori ucraini non possono lavorare i loro campi. Ma l'Ucraina produce solo il 3% circa del grano mondiale. La Russia, nel frattempo, produce l'11% e sia la produzione che le esportazioni rimangono ininterrotte.

Inoltre, mentre la Russia ha minacciato di interrompere le forniture di gas ai "paesi ostili" a meno che non paghino in rubli - un ultimatum finora respinto dall'Europa - ci sono poche indicazioni che il petrolio russo o altre materie prime saranno ritirate dal mercato. Per la maggior parte delle merci, la guerra non dovrebbe influire sull'offerta.

Un secondo motivo per dubitare che la guerra sia responsabile degli alti prezzi delle materie prime di oggi è che la maggior parte dell'aumento dei prezzi è avvenuto prima dell'invasione. Sebbene i prezzi del gas naturale abbiano attirato maggiore attenzione, poiché influiscono direttamente sulle bollette del riscaldamento delle famiglie, i prezzi del petrolio sono molto più importanti per l'Europa, poiché il valore delle sue importazioni è circa cinque volte superiore.

Se non è stata la guerra in Ucraina a causare l’incremento dei prezzi dell'energia e delle materie prime, cosa ha determinato l’aumento dei prezzi al consumo?

Un fattore è collegato a quello che gli economisti chiamano il ‘ciclo del maiale’, una terminologia originariamente derivata dalle scienze agrarie per descrivere una fluttuazione periodica del mercato dei suini. L’uso si è poi esteso anche nell’ambito dell’economia. Quando i prezzi tendono a raggiungere valori elevati, gli investimenti tendono ad aumentare. Questo effetto è però ritardato dal tempo necessario alla riproduzione degli animali. Il mercato diviene quindi saturo e ciò si traduce in una diminuzione dei prezzi. Come conseguenza la produzione diminuisce, ma gli effetti vengono osservati solo dopo un certo periodo di tempo, quindi si tornerà a una situazione di aumento della domanda e a un aumento dei prezzi. Si tratta di un processo che si ripete ciclicamente.

Allo stesso modo, quando i prezzi delle materie prime sono alti, c’è un maggiore incentivo a investire nell’esplorazione e nell’estrazione mineraria. Ma quando sono relativamente bassi, come negli ultimi anni, la redditività di tali investimenti diminuisce, portando a una riduzione della produzione e a prezzi più alti negli anni successivi. E, in effetti, l’Agenzia internazionale per l’energia ha fornito prove convincenti che anni di disinvestimenti nell’esplorazione hanno ridotto la capacità di produzione. Il calo della domanda nel 2020, causato dalla recessione determinata dal Covid, ha mascherato questa dinamica. Ma quando Europa, Asia e Stati Uniti hanno iniziato a riprendersi, non c’era abbastanza capacità inutilizzata per soddisfare la crescente domanda. Ciò ha esercitato pressioni al rialzo sui prezzi per tutto il 2021.

Un altro fattore che ha contribuito all’aumento dei prezzi dell’energia e delle materie prime potrebbe essere stato l’aumento degli investimenti ambientali, sociali e di governance (ESG), che ha portato sempre più gli investitori a rifiutarsi di finanziare l’esplorazione e lo sviluppo di combustibili fossili. L’obiettivo, negando il capitale all’industria dei combustibili fossili, è scoraggiare la produzione e stimolare il progresso verso un’economia verde basata sulla neutralità del carbonio.

Questo fenomeno si è concentrato in Occidente. Mentre gli investimenti a monte delle principali compagnie petrolifere e del gas occidentali sono diminuiti di quasi la metà tra il 2015 e il 2020, tali investimenti sono rimasti stabili tra i produttori mediorientali ed sono aumentati in Cina.

Capire perché i prezzi sono alti è essenziale per escogitare la giusta risposta politica. Se la guerra fosse responsabile di prezzi elevati, sarebbe politicamente difficile non adottare misure che limitino l’aumento dei prezzi e compensazioni a consumatori e imprese. Inoltre, si potrebbe sperare che i prezzi scendano alla fine della guerra.

Ma se i prezzi elevati delle materie prime sono il risultato (principalmente) delle pressioni Esg, allora l’aumento dei prezzi è un effetto atteso e desiderabile (ovvero rendere più costose le fonti più inquinanti). In questo caso, l’economia dovrebbe adattarsi a un nuovo livello di scarsità delle fonti fossili e i consumatori non dovrebbero essere compensati per il loro potere d’acquisto perso.

Naturalmente, queste spiegazioni non si escludono a vicenda; tutti e tre i fattori – il ciclo del maiale, gli standard Esg e la guerra – stanno probabilmente contribuendo all’aumento dei prezzi delle materie prime. Ma l’andamento dei prezzi prima dell'invasione suggerisce che la guerra è un fattore minore.

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