Cina-Italia, firmati gli accordi commerciali. Ma i dubbi restano

Firmati gli accordi. Ma i dubbi restano

L’Italia è il primo paese del G7 ad aver firmato un Memorandum of Understanding con la Cina sulla Belt and Road Initiative (Bri). Che l’evento non sia di poco conto lo conferma la reazione di Emmanuel Macron, che ha convocato una sorta di controvertice a Parigi con il leader cinese e Angela Merkel. Ma ciò non significa che anche Francia e Germania siano in procinto di firmare. Non lo hanno mai considerato. Parigi ha concordato una dichiarazione congiunta che include scambi culturali e scientifici e firmerà una decina di accordi molto specifici e concreti durante la visita di Xi a Parigi.

Prima dei due leader europei, la disponibilità dell’Italia aveva fatto inalberare anche Washington, per i timori concreti di un’ingerenza cinese in settori strategici per la sicurezza nazionale (che non sono soltanto le infrastrutture digitali in prospettiva del 5G) e per le conseguenze inevitabili che avrebbe sul ruolo del nostro paese nell’alleanza Nordatlantica.

Nonostante tutto, gli accordi tra le delegazioni ministeriali dei due Paesi sono stati firmati: 29 intese per un valore di almeno 7 miliardi. Ma resta perlopiù sconosciuto il contenuto. È noto che si tratta di un progetto di sviluppo interno e internazionale con importanti connotazioni strategiche. Il 24 ottobre 2017 il perseguimento della Bri è stato inserito nella Costituzione cinese. È dunque un obiettivo strategico di Stato, non una mera iniziativa economica. Include lo scopo di migliorare la connettività tra Cina ed Europa, attraverso reti di trasporto e logistica, ma accanto ad altri fini (come integrazione finanziaria, cooperazione nelle infrastrutture, libero scambio, scambi culturali e di persone).

Detto così sembra funzionare ma se si guarda ad altre esperienze della Cina all’estero – tra le quali CroaziaSri Lanka e Sierra Leonei dubbi sull’accordo crescono. E restano perplessi anche coloro che sono disposti a ignorare o accettare le conseguenze geopolitiche di fronte a obiettivi concreti di aumenti dell’export italiano in Cina e dei capitali cinesi investiti nei progetti infrastrutturali italiani. Peccato che nel documento non c’è nulla di concreto. Un buon motivo per indurre Francia e Germania a non firmare

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