Il piano di Trump per riformare l’Oms: “Meno controllo politico. Più settore privato”

Sarà presentato al G7 di giugno

Il piano di Trump per riformare l’Oms: “Più settore privato”

Prima una pioggia di critiche per aver gestito in modo inefficace la pandemia. Poi, da parte di Donald Trump, l’affondo in poche mosse: isolare direttore generale e struttura per le emergenze dalle pressioni politiche; obbligare i membri a comunicare in modo tempestivo e trasparente ogni epidemia; tenere le limitazioni dei viaggi separate da quelle dei commerci. Sono alcuni dei pilastri della riforma dell’Organizzazione mondiale della sanità che gli Stati Uniti intendono proporre al prossimo G7.

Una vera e propria rivoluzione per l’Agenzia delle Nazioni Unite. L’Oms è stata fondata nel 1948, ha 7 mila dipendenti e può contare su 150 uffici a livello nazionale e 6 a quello macroregionale, oltre alla sede centrale localizzata in Svizzera. È stata istituita per raccogliere e condividere dati sanitari, coordinare la ricerca e offrire una guida in caso di epidemie. E i risultati (positivi in termini di contenimento) si sono visti con le recenti epidemie di H1N1 (influenza suina), Sars, Mers ed Ebola.

Eppure, nonostante l’importanza del lavoro dell’Oms, gli Stati Uniti non hanno dal 2018 un rappresentante nel Consiglio di amministrazione dell’Organizzazione (sebbene Trump abbia finalmente annunciato il suo candidato designato per la posizione il mese scorso).

Ma torniamo al punto precedente. C’è un aspetto forse ancora più dirimente della riforma ideata dalla Casa Bianca: cambiare il finanziamento dell’Oms, dando spazio ai privati. Si tratta di un passaggio nodale che potrebbe cambiare per sempre il ruolo e la definizione delle Nazioni Unite che, seppur con tutti i suoi difetti, è pur sempre la più importante organizzazione internazionale di cui l’uomo abbia mai disposto.

Ecco allora che se l’idea è quella di migliorarne il funzionamento difficilmente potrà avvenire se nella ‘sala comandi’ entreranno alcune tra le più grandi multinazionali.

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La disoccupazione femminile in Italia, Germania, Giappone e Stati Uniti

I dati evidenziano uno dei punti di debolezza del mercato del lavoro in Italia: la disoccupazione femminile. Il confronto con altre economie avanzate, come Germania, Giappone e Stati Uniti, mette in luce un gap strutturale, ma anche un elevato prezzo pagato alla grande crisi. Nel 2007 le donne in cerca di lavoro in Italia corrispondevano al 23,4% per poi schizzare al 45% nel 2014, salvo poi scendere al 39% nel 2017.

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