Afghanistan, il cinismo dell’Ue

6 Paesi scrivono a Bruxelles: continuare i rimpatri dei migranti. Poi Olanda e Germania ci ripensano e fanno marcia indietro. L’Afghanistan, intanto, vive il suo ennesimo incubo dopo decenni di invasioni (a cominciare da quella sovietica) e guerre civili. E, dall'altra parte del mondo, Guantanamo è ancora aperta...

Il cinismo dell’Ue

L’Ue deve continuare con i rimpatri “volontari e non” dei migranti irregolari in Afghanistan. Lo chiedono i ministri degli Esteri di Germania, Austria, Paesi Bassi, Danimarca, Belgio e Grecia in una lettera indirizzata ai commissari dell’Ue Margaritis Schinas e Ylva Johansson. Pur riconoscendo la “delicata situazione in Afghanistan alla luce del ritiro delle truppe internazionali”, i ministri sottolineano “l’importanza di rimpatriare chi non ha reali esigenze di protezione”, aggiungendo che “fermare i rimpatri invia un segnale sbagliato ed è probabile che motiverà ancora più cittadini afgani a lasciare casa per dirigersi in Ue”.

È una valanga, quella dei talebani, che nessuno sembra in grado di fermare, né lo spirito di sacrificio dei soldati afgani, né le bombe scaricate dai B-52 americani. L’avanzata dei talebani verso le città prosegue a velocità impressionante. L’inesorabile progressione (che controllano già i 2/3 del paese) spiazza così l’Europa divisa sui profughi di Kabul. Poi arriva la marcia indietro di Olanda e Germania che chiedono, dopo aver mostrato i muscoli, di sospendere i rimpatri. Intanto il paese vive l’ennesimo incubo, a seguito dell’annuncio del ritiro delle forze armate straniere dal Paese, che sarà completato entro la fine di agosto.

L’Afghanistan ha vissuto decenni di conflitti e violenze, prima con l’invasione sovietica, poi con le lotte interne e la presa del potere dei talebani, e successivamente con una sanguinosa guerra civile e l’aumento della minaccia terroristica. Poi nel 2001, dopo gli attentati dell’11 settembre, gli Stati Uniti hanno invaso il Paese, accusato di essere la base logistica dalla quale al-Qaeda aveva pianificato gli attacchi contro gli Usa e il luogo dove si era a lungo nascosto il leader dell’Organizzazione, Osama bin Laden, sotto la protezione dei talebani.

Dopo quasi due decenni di conflitto, un’importante svolta diplomatica era arrivata con l’accordo di pace tra gli Stati Uniti e i talebani, firmato il 29 febbraio 2020 (quando alla Casa Bianca c’era Donald Trump). Questo prevedeva, tra le altre cose, una tabella di marcia verso la pace, la fine dei rapporti tra talebani ed al-Qaeda, la cessazione delle offensive contro i grandi centri urbani e il ritiro delle truppe straniere. Tuttavia, l’intesa è stata violata da entrambe le parti e non ha messo fine alle violenze, che sono aumentate durante e dopo le negoziazioni. Fino all’attuale drammatica situazione.

Se da un lato le barbarie dei talebani proseguono, dall’altro non si può tuttavia dimenticare quanto portato avanti ancora oggi dagli Usa a Guantanamo dove è noto il trattamento riservato ai prigionieri talebani. Rinchiusi in gabbie di ferro, esposti notte e giorno alla luce dei riflettori, alla pioggia, al freddo, al sole. Torturati col water–boarding, con la deprivazione del sonno, con temperature al di là di ogni sopportazione. Violenze considerate giuridicamente legittime perché fuori dal territorio Usa. 

Comportamenti, reciproci, da barbari.

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