
Negli ultimi anni l’economia italiana ha mostrato una capacità di adattamento superiore alle attese, sorprendendo per la tenuta del Pil e tornando a crescere in linea con la media dell’area euro. Ma ora il quadro cambia. La crescita, avverte Fabio Panetta, “si è recentemente indebolita” e nei prossimi anni sarà modesta, in un contesto europeo segnato da rallentamenti diffusi.
Tornano in primo piano le fragilità strutturali
Il nuovo ciclo di bassa crescita riaccende i riflettori sulle debolezze storiche del sistema Italia: produttività stagnante, scarsa innovazione e difficoltà a trasformare la crescita in redditi e salari più alti. È questo, secondo Panetta, il nodo centrale che frena il potenziale del Paese nel medio-lungo periodo: “In Germania, rispetto all’Italia, i giovani laureati guadagnano l’80 per cento in più”, taglia corto il governatore.
L’istruzione come leva per la crescita
La ricetta indicata dal governatore passa dalla conoscenza. “L’Italia deve aumentare la spesa per istruzione e formazione, in particolare quella universitaria”, ha sottolineato intervenendo all’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università di Messina. Un investimento che garantisce “elevati ritorni economici e sociali”, soprattutto in una fase di rapido cambiamento tecnologico e di declino demografico.
Spesa pubblica sotto la media europea
I numeri mostrano un ritardo strutturale: l’Italia destina meno del 4% del Pil all’istruzione, quasi un punto in meno rispetto alla media Ue, il livello più basso tra le grandi economie dell’eurozona. Metà di questo divario è legato al sottofinanziamento dell’università. Un gap che, secondo Panetta, può essere colmato gradualmente, senza compromettere l’equilibrio dei conti pubblici né i progressi nella riduzione del costo del debito.
Università, innovazione e attrazione dei talenti
Rafforzare la spesa universitaria significa migliorare la qualità del sistema, valorizzare le competenze già presenti negli atenei, potenziare il trasferimento tecnologico e creare un ambiente favorevole alla nascita di imprese innovative. Non solo: servono condizioni migliori per attrarre ricercatori, docenti e studenti internazionali, oggi ancora troppo pochi.
Fuga dei cervelli e pochi talenti in ingresso
La perdita di capitale umano resta uno dei problemi più gravi. Circa un giovane laureato italiano su dieci si trasferisce all’estero, con percentuali ancora più alte tra ingegneri e informatici, figure sempre più richieste dalle imprese. Un’emorragia che non viene compensata dall’arrivo di laureati stranieri. Emblematico il confronto: in Italia gli studenti internazionali sono meno del 5%, contro oltre il 10% in Francia e Germania e il 23% nel Regno Unito.
Non solo salari: conta anche il merito
I bassi redditi non sono l’unica causa dell’emigrazione giovanile. A pesare è anche la ricerca di ambienti di lavoro meritocratici, con contratti stabili, percorsi coerenti con le competenze e reali prospettive di crescita. Quando la mobilità diventa una fuga forzata, avverte Panetta, il costo non è solo individuale ma collettivo.
Politica fiscale: un aiuto temporaneo
Gli sgravi fiscali e la crescita dell’occupazione hanno attenuato l’impatto dell’inflazione, soprattutto per le famiglie medio-basse. Dal 2021 le retribuzioni nette sono aumentate di circa 5 punti percentuali, riducendo la perdita reale accumulata dal 2019. Ma guardando avanti, “la crescita dei redditi non può poggiare stabilmente sulla politica fiscale”: i margini di bilancio sono limitati e gli interventi pubblici possono offrire solo un sostegno temporaneo.
Salari e produttività: il vero nodo
Per aumenti salariali duraturi serve una svolta strutturale. “La produttività deve tornare a crescere – conclude Panetta – e i suoi benefici devono essere equamente distribuiti tra capitale e lavoro”. Senza questo salto di qualità, la crescita resterà fragile e incapace di migliorare davvero il benessere delle famiglie italiane.





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