
Il 2025 si chiude con un segnale di debolezza per la produzione industriale italiana. Secondo l’Istat, l’indice corretto per gli effetti di calendario registra una flessione dello 0,2% rispetto al 2024, confermando un quadro di crescita fragile per il comparto manifatturiero. A dicembre, l’indice destagionalizzato ha segnato un -0,4% su base mensile, mentre su base annua si registra un +3,2%, segno di una dinamica volatile ma non ancora in grado di invertire il trend strutturale.
Energia in crescita, manifattura a due velocità
Tra i principali comparti industriali, solo il settore energetico chiude il 2025 in aumento complessivo, beneficiando delle dinamiche dei prezzi e della transizione energetica in corso.
Nel comparto manifatturiero emergono forti divergenze. In crescita: farmaceutica, alimentare, elettronica e computer, settori più resilienti e legati a domanda strutturale e innovazione. In calo: tessile, abbigliamento, pelli e accessori, insieme alla fabbricazione di mezzi di trasporto, comparti più esposti alla domanda internazionale e alla competizione asiatica.
Un segnale della crisi manifatturiera europea
Il dato italiano si inserisce in un contesto più ampio: la manifattura europea è sotto pressione per costi energetici, rallentamento della domanda globale, transizione green e digitalizzazione. Germania e Francia hanno registrato nel 2024-2025 performance industriali deboli, e il 2026 si apre con un dibattito sempre più acceso sulla politica industriale europea e sugli investimenti strategici.
Produttività e competitività: il vero nodo
Economisti e istituzioni sottolineano che il problema non è solo ciclico, ma strutturale: bassa produttività, ritardi nell’innovazione e investimenti insufficienti. Settori ad alta tecnologia crescono, mentre quelli tradizionali faticano a reinventarsi, aumentando il rischio di una “deindustrializzazione selettiva”.



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