Nel 2025 l’Italia torna a occupare le ultime posizioni tra le grandi economie europee.
Secondo Eurostat, il PIL italiano è cresciuto appena dello 0,5%, un dato pari a circa un terzo della media dell’Unione Europea e superiore solo allo 0,2% registrato dalla Germania, reduce però da una fase recessiva nel biennio precedente.
Un segnale chiaro: la ripresa italiana resta fragile e inferiore ai principali partner europei.
Previsioni al ribasso: crescita debole fino al 2028
Le prospettive non migliorano nel medio periodo.
Il Fondo Monetario Internazionale, nel World Economic Outlook di aprile, ha rivisto al ribasso le stime per l’Italia: 0,5% nel 2026; 0,5% nel 2027; 0,8% nel 2028.
Numeri che collocano stabilmente il Paese sotto la soglia dell’1%, rendendolo l’unica grande economia europea con una crescita così contenuta su base pluriennale.
Spagna in testa, Francia stabile, Germania in recupero
Il confronto con gli altri grandi Paesi evidenzia il divario.
- Spagna guida la crescita con un +2,8% nel 2025, pur con un rallentamento atteso
- Francia mostra un profilo più stabile, intorno allo 0,8% con margini di miglioramento
- Germania, dopo la crisi recente, è attesa tornare sopra l’1% entro il 2027-2028
L’Italia, invece, resta indietro in modo strutturale.
Gli shock degli ultimi anni pesano ancora
Le traiettorie di crescita riflettono una serie di shock che hanno colpito l’economia europea: la crisi pandemica del 2020; il rimbalzo del 2021; il rallentamento dal 2022; le tensioni energetiche e geopolitiche.
In questo contesto, la capacità di reazione dei Paesi è stata diversa. L’Italia, pur beneficiando di misure come il PNRR, mostra ancora limiti strutturali legati a produttività, investimenti e dinamica demografica.
Un nodo strategico per il futuro economico
La crescita debole non è solo un dato statistico: incide su occupazione, debito pubblico e capacità di investimento.
Con un PIL che avanza lentamente, diventa più difficile: ridurre il rapporto debito/PIL, sostenere la spesa pubblica, e competere con le economie più dinamiche.
Il rischio è quello di una stagnazione prolungata, proprio mentre l’Europa accelera su innovazione, energia e difesa.




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