Autostrade, dai pedaggi quasi 6 mld di ricavi. Per ogni km: 300 mila euro allo Stato e 850 mila alle società

I dati della relazione della Corte dei Conti: per lo stato ricavi inferiori ai 900 milioni di euro l’anno

Autostrade, dai pedaggi 6 mld. Ma per ogni km solo 300 mila euro allo Stato

Il mondo delle concessioni ha generato un fatturato di 7.196 milioni (nel 2017); di questi, quasi 6 miliardi sono ricavi netti da pedaggio. Lo ha rivelato nei giorni scorsi una relazione della Corte dei Conti sulle concessioni autostradali.

Per lo Stato ‘appena’ 900 mln. E ogni chilometro di autostrada ha generato ricavi medi per oltre 1,1 milioni: 300 mila nelle casse statali e 850 mila per le concessionarie, beneficiarie anche dei ricavi da subconcessioni e da altre attività commerciali svolte sulla rete.

Dice ancora la Corte che per le concessionarie “il margine operativo lordo (che evidenzia il reddito di un'azienda basato solo sulla sua gestione operativa, quindi senza considerare gli interessi, le imposte, il deprezzamento di beni e gli ammortamenti) è stato, per il 2017, di 4.147 mln, mentre il risultato operativo aggregato (che mostra il reddito dell'impresa prima della gestione straordinaria e di quella tributaria) di 2.822 mln. Tendenzialmente, dal 2012, si registra un incremento del margine operativo lordo e del risultato operativo, grazie ai maggiori ricavi conseguiti dalle concessionarie. Il risultato netto aggregato di esercizio è, per il 2017, di 1.582 mln, con un incremento ragguardevole, rispetto all’anno precedente, del 42%”.

C’è, poi, l’altra nota dolente: gli investimenti. Il settore ha registrato, nel 2017, “un valore di spesa per investimenti in beni devolvibili di 958,7 mln 10% in meno rispetto all’anno precedente”. E alla fine del 2016, la spesa totale del periodo 2008-2016 ammontava a 15.069 mln, “notevolmente inferiore rispetto alle previsioni dei piani finanziari, di 21.709 mln, con una percentuale di attuazione del 69%”.

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La disoccupazione femminile in Italia, Germania, Giappone e Stati Uniti

I dati evidenziano uno dei punti di debolezza del mercato del lavoro in Italia: la disoccupazione femminile. Il confronto con altre economie avanzate, come Germania, Giappone e Stati Uniti, mette in luce un gap strutturale, ma anche un elevato prezzo pagato alla grande crisi. Nel 2007 le donne in cerca di lavoro in Italia corrispondevano al 23,4% per poi schizzare al 45% nel 2014, salvo poi scendere al 39% nel 2017.

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