Ponte Morandi, tutti contro Atlantia. Ma dove era la vigilanza del ministero dei Trasporti?

Le responsabilità da parte di Atlantia sono evidenti, ma quali sono quelle dell’attività di vigilanza? Per creare un sistema sicuro ed efficiente di concessioni autostradali si devono considerare le responsabilità di tutte le parti interessate. A cominciare dal ‘controllore’

Ponte Morandi, tutti contro Atlantia. Ma dove era il ‘controllore’?

Perché sindacati e opinione pubblica si preoccupano dei lavoratori dell’Ilva o di Alitalia e nessuno si interessa dei 7.500 dipendenti di Autostrade per l’Italia? Perché, quando una piccola banca fallisce, si solleva il problema della stabilità del sistema finanziario italiano, mentre i 38 miliardi di debiti di Atlantia non sembrano preoccupare nessuno?

E perché Banca d’Italia è spesso stata messa alla gogna, mentre nessuno lamenta le carenze della Direzione generale per la vigilanza sulle concessioni autostradali, che fa capo al ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e che dovrebbe vigilare su ponti, gallerie e viadotti della rete autostradale italiana?

Nel caso di Atlantia le forze politiche sembrano volersi limitare a considerare le responsabilità del socio di maggioranza senza curarsi degli interessi degli altri attori (ricordiamo che i Benetton, attraverso Sintonia-edizione, controllano solo il 30,25 per cento di Atlantia).

“Il crollo del ponte Morandi e la disastrosa situazione di viadotti e gallerie autostradali è un fallimento collettivo, che deve essere affrontato analizzando le responsabilità di più attori”, spiega l’economista Roni Hamaui.

Revocare le licenze ad Aspi per darle ad Anas – un’azienda non particolarmente efficiente, che ha la responsabilità di aver costruito tutti i viadotti liguri incluso il ponte Morandi – non appare una soluzione né equa né efficiente per tutelare il patrimonio della più importante rete autostradale italiana.

La vicenda Atlantia rappresenta così un’occasione per rivedere sia alcune storture delle convenzioni (a cominciare dalla fissazione delle tariffe, meccanismi di autorizzazione degli investimenti, aumento delle tariffe – che oggi avviene all’avvio degli investimenti e non al loro completamento), sia il ruolo della vigilanza. 

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I dati evidenziano uno dei punti di debolezza del mercato del lavoro in Italia: la disoccupazione femminile. Il confronto con altre economie avanzate, come Germania, Giappone e Stati Uniti, mette in luce un gap strutturale, ma anche un elevato prezzo pagato alla grande crisi. Nel 2007 le donne in cerca di lavoro in Italia corrispondevano al 23,4% per poi schizzare al 45% nel 2014, salvo poi scendere al 39% nel 2017.

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