Una spinta alla crescita? Dagli appalti pubblici “intelligenti”

Ogni anno la pubblica amministrazione spende circa 150 miliardi nell’acquisto di beni e servizi. Attraverso un piano nazionale sulla domanda pubblica “intelligente” una parte di queste risorse potrebbe stimolare innovazione e crescita economica

Una spinta alla crescita? Dagli appalti pubblici “intelligenti”

Quali sono gli strumenti della politica industriale che possono rilanciare gli investimenti, sia pubblici che privati, senza gravare sulla finanza pubblica?

“Il public procurement (acquisti pubblici) innovativo rappresenta uno strumento largamente inutilizzato, che consentirebbe di incidere sulla crescita economica con effetti positivi sulla struttura del mercato, imprimendo uno stimolo all’innovazione e alla concorrenza, facilitando l’emersione di nuovi attori (soprattutto Pmi) e orientando il processo di cambiamento tecnologico verso obiettivi socialmente condivisi – spiegano gli economisti Andrea Filippetti, Fabrizio Tuzi e Raffaele Spallone -. Tutto ciò senza aggiungere necessariamente ulteriori risorse, bensì veicolando una quota di quanto già speso dalla pubblica amministrazione in acquisti di beni e servizi tradizionali verso gli appalti pubblici di innovazione.”

Questi ultimi sono contratti nei quali un contraente pubblico acquista a) il processo d’innovazione, comprendente servizi di ricerca e sviluppo oppure b) il prodotto dell’innovazione creata da altri.

Tuttavia, le risorse impegnate in public procurement innovativo appaiano ancora modeste. Nel 2018, infatti, il valore totale del procurement di ricerca e sviluppo in Italia ammontava a circa 176 milioni di euro, meno dello 0,15% del valore totale dei beni e servizi acquistati dalla pubblica amministrazione. E in un confronto tra i maggiori paesi europei il nostro paese, tra il 2009 e il 2018, è quello con la spesa media più bassa.

“Se da un lato, questi dati evidenziano la marginalità del fenomeno, dall’altro invitano a una riflessione sul volume di risorse che potenzialmente può essere destinato alla domanda pubblica d’innovazione – aggiungono gli economisti - in considerazione del fatto che la Pa spende su base annuale non meno di 150 miliardi di euro in acquisti di beni e servizi”.

Il nostro paese avrebbe quindi bisogno di un piano d’azione coerente e di lungo periodo che definisca con precisione obiettivi, strumenti e priorità strategiche.

I tre economisti mettono sul tavolo una proposta concreta.“Abbiamo proposto di fissare un target per destinare almeno l’1% del valore totale degli acquisti delle Pa al public procurement d’innovazione – spiegano -. Si arriverebbe a un incremento annuo di domanda pubblica di R&S di circa 1,35 mld. Gli effetti diretti sarebbero significativi e i benefici indiretti molteplici. Solo l’incidenza del procurement di R&S sul totale spesa pubblica di R&S finanziata da università e istituzioni pubbliche passerebbe dall’1,8 a circa il 16%, incrementandone il valore da 8,4 a circa 10 mld di euro. E la spesa totale in R&S farebbe crescere il rapporto della ricerca e sviluppo sul Pil dal 1,35 all’1,5%”.

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Indicatori

La disoccupazione femminile in Italia, Germania, Giappone e Stati Uniti

I dati evidenziano uno dei punti di debolezza del mercato del lavoro in Italia: la disoccupazione femminile. Il confronto con altre economie avanzate, come Germania, Giappone e Stati Uniti, mette in luce un gap strutturale, ma anche un elevato prezzo pagato alla grande crisi. Nel 2007 le donne in cerca di lavoro in Italia corrispondevano al 23,4% per poi schizzare al 45% nel 2014, salvo poi scendere al 39% nel 2017.

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