
Il paradosso è tutto qui: Leonardo Maria Del Vecchio possiede il 12,5% di Delfin, la holding lussemburghese che controlla il 32,4% di EssilorLuxottica e detiene partecipazioni pesanti in MPS, Generali, UniCredit e Covivio. Un patrimonio enorme sulla carta, ma difficile da trasformare rapidamente in liquidità.
Secondo le ricostruzioni di Repubblica e Corriere della Sera, l’esposizione finanziaria di LMDV supera 1,3 miliardi di euro. Il problema è che le azioni Delfin non possono essere semplicemente date in garanzia alle banche: lo statuto della holding impone vincoli molto stringenti.
Il nodo dei dividendi
E qui emerge l’altro grande problema. La quota di Del Vecchio in Delfin vale miliardi, ma la liquidità che può generare dipende anche dalle decisioni della holding.
Le tensioni tra gli eredi hanno infatti frenato la distribuzione degli utili. Per LMDV questo significa avere un patrimonio molto consistente, ma meno flussi di cassa disponibili per sostenere interessi, scadenze e nuovi impegni finanziari.
Il piano da 10 miliardi è saltato
La partita più ambiziosa era il tentativo di Leonardo Maria di rilevare dai fratelli Luca e Paola un ulteriore 25% di Delfin, portando la propria partecipazione al 37,5%.
L’operazione avrebbe richiesto un finanziamento nell’ordine dei 10 miliardi di euro. Ma il progetto si è arenato anche perché la struttura di Delfin rende estremamente complesso utilizzare le partecipazioni come garanzia. Il board della holding ha respinto la proposta.
Ora la carta Apollo
La nuova soluzione potrebbe arrivare dal fondo americano Apollo.
Secondo le ricostruzioni più recenti, è in corso una trattativa per rinegoziare circa 1,3 miliardi di debiti, con una struttura che potrebbe prevedere anche una formula di debt-to-own: in determinate condizioni, il creditore potrebbe arrivare a ottenere diritti sulla partecipazione azionaria.
L’operazione sarebbe collegata al trasferimento del 12,5% di Delfin in un veicolo personale riconducibile a LMDV, operazione che dovrebbe passare attraverso le procedure societarie previste.
La rottura con Milleri
È sullo sfondo di questa partita finanziaria che va letta anche la clamorosa uscita di Leonardo Maria da EssilorLuxottica.
Dal 31 agosto lascerà la presidenza di Ray-Ban e il ruolo di chief strategy officer. Nella lettera di dimissioni ha definito la gestione del gruppo più «distante» e «impersonale», segnando pubblicamente la rottura con Francesco Milleri, per anni il manager più vicino alla famiglia e al fondatore Leonardo Del Vecchio.
La cassaforte al centro del risiko
Il punto è che Delfin non è una normale holding familiare.
Attraverso le sue partecipazioni, la cassaforte Del Vecchio resta un protagonista del capitalismo italiano: 32,4% di EssilorLuxottica, 17,5% di MPS, circa 10% di Generali e 2,7% di UniCredit, oltre alla partecipazione in Covivio.
E proprio il 17,5% di MPS rende la governance di Delfin particolarmente rilevante anche per il risiko bancario italiano.
Il vero rischio
Il problema, quindi, non è soltanto quanto vale il patrimonio di Leonardo Maria Del Vecchio. È quanto rapidamente quel patrimonio possa essere trasformato in liquidità senza alterare gli equilibri della famiglia e della holding.
Da una parte c’è un erede con un patrimonio azionario enorme; dall’altra ci sono debiti, scadenze, vincoli statutari, una successione ancora irrisolta e una governance familiare sempre più fragile.
E adesso, senza più incarichi operativi in EssilorLuxottica, Leonardo Maria potrebbe avere maggiore libertà di manovra dentro Delfin. La partita decisiva, però, resta ancora aperta.






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