La sfida dell’Africa: meno nascite e più istruzione

Nel 2050, la popolazione dell’Africa sarà raddoppiata rispetto al 2019. Perché il tasso di fertilità scende molto lentamente. Ma una forza lavoro in costante aumento e poco scolarizzata difficilmente potrà trovare impiego senza investimenti massicci.

La sfida: meno nascite e più istruzione
Ghana

Il continente africano si avvia a raddoppiare la popolazione: da 1,25 miliardi nel 2019 a 2,5 nel 2050 (2,1 per l’Africa subsahariana) e a 4,5 nel 2100. Al contempo, le capacità di assorbimento della nuova forza lavoro sono a dir poco incerte, stante il basso livello educativo delle persone che si affacciano al mercato del lavoro.

A differenza di quanto accade in altre regioni del mondo, il tasso di fertilità in Africa si riduce lentamente: è diminuito da 6,8 nati vivi per donna nel 1970-1975 a 4,8 nel 2015-2019, mentre nel Sud-Est asiatico la flessione è stata da 5,5 a 2,2, in America Latina e Caraibi da 4,9 a 2,1. Anche l’India ha recentemente annunciato di aver raggiunto un tasso di fertilità pari a 2. Paesi come Iran, Vietnam, Bangladesh, che nel 1970-1975 avevano tassi di fertilità fra 6 e 7, registrano nel 2019 tassi fra 2 e 2,1.

Secondo le proiezioni delle Nazioni Unite, con tassi di crescita della popolazione elevati (2,3% previsto nel 2025 per tutta l’Africa), il numero di abitanti dei paesi più popolosi raggiungerebbe livelli elevati nel 2050: 410 milioni in Nigeria (da 180 nel 2015), 180 in Etiopia (da 100), 140 in Tanzania (da 53), 106 in Uganda (da 40).

I demografi hanno studiato le determinanti dell’evoluzione del tasso di fertilità. Le principali sono il livello di reddito, il tasso di urbanizzazione, l’abbassamento della mortalità infantile che fa aumentare la distanza fra le nascite, l’occupazione e il livello di istruzione femminili. Il punto è che, mentre in altre macroregioni l’occupazione delle donne ha un forte impatto sulla fertilità, ciò non avviene in Africa, data la prevalenza della famiglia estesa che si occupa dei figli piccoli. Una variabile invece significativa è il livello di istruzione (soprattutto secondaria), che nel continente resta molto basso. Nel 2017, il 60% dei giovani fra 15 e 17 anni nell’area subsahariana non frequentava le scuole e per le ragazze la quota è più elevata. Nel complesso, il tasso di frequenza scolastica secondaria nell’Africa subsahariana è solo del 34%, ovvero la metà di quello di Medio Oriente e Africa settentrionale e un quarto meno che nel Sud-Est asiatico.

Per assorbire questa forza lavoro in aumento, saranno necessari tassi elevati di crescita economica che, a loro volta, richiedono alti livelli di investimento e il miglioramento nella qualità del capitale umano. Paesi come Vietnam e Bangladesh sono stati capaci, negli ultimi trent’anni, di crescere molto sotto il profilo economico e di impiegare la nuova forza di lavoro, mentre realizzavano una transizione demografica verso tassi di crescita zero della popolazione. Hanno saputo attirare significativi investimenti esteri, sviluppando l’industria, nel contempo migliorando rapidamente il livello di istruzione in modo da assorbire lavoratori nel nascente settore industriale e, in Vietnam, anche modernizzando l’agricoltura.

Al contrario, in Nigeria negli ultimi cinque anni sono entrate nella forza lavoro 19 milioni di persone, ma sono stati creati solo 3,5 mln di posti di lavoro. Il tasso di disoccupazione a fine 2020 ha raggiunto il 33%. In Tanzania, ogni anno, si affacciano sul mercato del lavoro 800 mila persone, il loro assorbimento richiederebbe un tasso di crescita ben più elevato di quello rilevato. Una condizione che rappresenta una sfida cruciale. 

Per lo sviluppo del settore manifatturiero sarebbero necessari investimenti elevati, in gran parte esteri, come è avvenuto nel Sud Est asiatico, e allo stesso tempo progressi molto rapidi sul fronte dell’istruzione. Alcuni paesi – come il Kenya e l’Etiopia – stanno cercando di espandere questo settore. Ghana, Kenya, Nigeria e Sud Africa hanno sviluppato un’offerta di servizi esterni per business processing per aziende europee, in concorrenza con India e Filippine, ma il numero degli occupati è modesto. Attualmente, nella maggior parte dei paesi africani l’assorbimento di lavoratori avviene soprattutto nel settore informale, con redditi modesti. L’aumento di questi ultimi richiede una forte crescita dell’impiego formale nei settori manifatturiero, dei servizi, della costruzione e rapidi passi avanti nel modernizzare l’agricoltura, che ancora assorbe quote di popolazione fra il 50 e il 70%.

La sfida è contenere il tasso di fertilità. Allo stesso tempo, è necessario attirare investimenti esteri e creare posti di lavoro nel settore manifatturiero emergente e nei servizi moderni, nella costruzione e nell’agricoltura. Il tasso di crescita del prodotto lordo deve restare elevato con guadagni di produttività oltre che di intensità di capitale. Se i paesi non riescono a conseguire questi obiettivi, il rischio è una instabilità sociale crescente e fortissime pressioni all’emigrazione verso i paesi più avanzati.

Fonte
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