
Il procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, rappresenta in un’intervista a La Stampa il quadro della situazione in America Latina, dopo l’azione militare in Venezuela: “Il Messico e la Colombia sono centrali, ma la lotta alla droga spesso è una scusa”, dice. Poi aggiunge: “Nel narcotraffico il Venezuela è marginale”.
Chi conta davvero
Invece, “Colombia, Perù e Bolivia restano tra i tre maggiori produttori mondiali di cocaina”. Poi “l’Ecuador, con il Brasile, svolge un ruolo sempre più centrale come piattaforma logistica per l’esportazione della cocaina verso i principali mercati di consumo: Nord America, Europa, Asia e Oceania. In particolare, i grandi porti commerciali e le infrastrutture di trasporto di questi Paesi vengono sfruttati per occultare la droga nei flussi legali di merci”.
Una battaglia difficile
“Oggi si riesce a intercettare appena il 10-12% di sostanze che entrano nel mercato dello spaccio, mentre si confisca meno dell’1% dei profitti generati dal narcotraffico - spiega Gratteri -. Colpire la merce senza intaccare seriamente i flussi finanziari significa lasciare intatto il motore del sistema. Eppure le strategie alternative non mancherebbero”.
Ad esempio?
Anche in questo caso il procuratore di Napoli è diretto: “Tracciamento internazionale dei capitali, cooperazione fiscale e giudiziaria, contrasto ai paradisi fiscali, rafforzamento delle unità antiriciclaggio e responsabilizzazione degli intermediari economici. Eppure è proprio questo terreno, quello dei grandi interessi economici e finanziari, che continua ad essere eluso, mentre si insiste su approcci che hanno dimostrato da tempo tutti i loro limiti”.
E le mafie italiane?
“La ’ndrangheta è oggi l’organizzazione criminale italiana più coinvolta nel traffico internazionale di cocaina - risponde Gratteri -. Tuttavia anche le diverse articolazioni della camorra, le famiglie di Cosa Nostra e i clan pugliesi continuano a detenere quote rilevanti del mercato. Accanto alle famiglie storiche, poi, stanno emergendo con forza nuovi attori criminali transnazionali, in particolare i clan albanesi”.
Poi c’è il Fentanyl
Il Fentanyl viene prodotto in Messico dai cartelli di Sinaloa e di Jalisco e sono coloro che poi, attraverso anche corrieri americani, lo portano negli Stati Uniti. A chiarire ulteriormente il quadro ci pensa parlando con Il Fatto Quotidiano Antonio Nicaso, scrittore e saggista, uno dei massimi esperti di narcotraffico, e co-autore, insieme proprio a Gratteri, del libro “Cartelli di sangue”. Secondo Nicaso, “il Venezuela anche qui (il riferimento è al Fentanyl, ndr) non c’entra nulla”.


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