L’Unione europea non funziona: è solo uno slogan?

Le difficoltà dell’Ue sono perlopiù causate dai singoli paesi, che con un sistema di veti incrociati spesso paralizzano le riforme. Quando è invece l’Ue a decidere il meccanismo non si inceppa

L’Unione europea non funziona: è solo uno slogan?

L’Europa così com’è non va. È uno slogan abusato che nasconde buona parte della storia. C’è effettivamente un’Europa che non funziona, quella degli interessi particolari degli stati, che non riesce a decidere. Ma l’Europa è anche fatta di meccanismi virtuosi.

La funzione legislativa prende avvio dalla proposta della Commissione ed è poi esercitata congiuntamente dal Parlamento europeo, che rappresenta gli interessi dei cittadini, e dal Consiglio, che invece tutela gli interessi dei singoli stati. Nonostante il ruolo delle ultime due istituzioni sia paritetico, di fatto le regole di voto del Consiglio rendono molte volte la sua azione ostativa. Questo perché il processo decisionale del Consiglio prevede ampie maggioranze per l’approvazione degli atti legislativi e, in molti casi l’unanimità. Spesso i singoli stati si trovano fra le mani un sostanziale diritto di veto, che finisce per rallentare o addirittura bloccare il processo legislativo.

Nonostante ciò, c'è un'Ue che funziona. Ed è quella in cui la Commissione ha competenze esclusive, come la politica commerciale comune e la politica della concorrenza, segno che quando gli stati membri delegano all’Unione, il processo decisionale è più efficiente.

La politica commerciale comune ha ottenuto risultati rilevanti. L’Ue è ora vincolata in 33 accordi commerciali. Il risultato è che circa il 76% dei beni importati entra nell’Ue senza dazi, a beneficio dei consumatori europei che possono godere di prezzi più bassi.

Se il settore della concorrenza è un altro esempio di qualcosa che funziona, il fenomeno migratorio rappresenta invece il simbolo più emblematico dell’impasse in cui ristagna l’Ue quando l’ultima parola spetta agli paesi membri.

L’Unione bancaria solleva simili problemi. A sette anni dall’avvio, il bilancio è deludente: la realizzazione del progetto è lacunosa e incompleta, soprattutto per il nodo irrisolto del terzo pilastro, quello del Sistema europeo di assicurazione dei depositi, bloccato dai veti incrociati in Consiglio. Per realizzarlo, paesi come la Germania vorrebbero introdurre limiti all’esposizione delle banche verso i titoli sovrani più rischiosi. Proposta contrastata da altri paesi restii a rivedere le regole senza un meccanismo di condivisione finanziaria dei rischi. L’effetto è la paralisi.

Occorre, dunque, prendere atto che l’Europa delle nazioni e degli interessi particolari non funziona. Ripensare l’Unione significa ridurre le occasioni in cui il Consiglio decide all’unanimità e andare oltre il metodo intergovernativo. Altrimenti, il declino del progetto europeo sarà inevitabile.

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