Una giungla d'interessi illegali, anzi un pozzo. Così muore l'Amazzonia

Una giungla d'interessi illegali, anzi un pozzo. Così muore l'Amazzonia

Delle minacce che gravano sull'Amazzonia ci arrivano lontani echi e formule standard dell'environmentally correct, come quelle che riferiscono di rischi del disboscamento e di generici attentati alla più grande foresta pluviale del mondo. Ma il velo che ha sollevato una testata europea seria come Project Syndicate, in collaborazione con l'Istituto Igarapé, un ente indipendente brasiliano in prima fila nella lotta alla criminalità nell'America Latina e per lo sviluppo sostenibile, scopre un mondo allucinante, di malvagità e sofferenza ad un tempo.

Le cause primarie “tradizionali” della intensa deforestazione in atto da decenni nell'Amazzonia sono l'industria del legname, l'agricoltura, l'allevamento, l'urbanizzazione, anche meramente infrastrutturale, oltre che un disboscamento “marginale”, di tipo erosivo e di necessità, attuato dalle popolazioni residenti e quindi meno dannoso. La causa che proporzionalmente incideva di meno era la mineraria. Bene, ora le parti si stanno invertendo: le coltivazioni e l'allevamento di bestiame rimangono le prime due cause ma l'industria estrattiva è prepotentemente salita nella classifica di chi è più tagliabosco, e ha raggiunto il 10% delle aree un tempo coperte da alberi e ora non più.

Nei 7 milioni di Km2 del bacino idrografico è scoppiata la corsa ai metalli preziosi e alle gemme ancor più preziose. Una corsa selvaggia, innescata dal forte innalzamento del prezzo dell'oro: 1300 dollari l'oncia oggi, quattro volte di più di 10 anni fa. E il sottosuolo amazzonico è un giacimento ricco in quantità e in diversità quanto il suolo soprastante. Si estrae di tutto. Naturalmente l'oro, ma poi diamanti, smeraldi, zaffiri, e ogni sorta di metallo: il titanio, l'alluminio, la manganese, il rame, la bauxite, il nickel e altri minerali dai nomi che suonano come divinità azteche, come il Niobio o il Coltan, un minerale composito, scientificamente denominato columbite-tantalite, che contiene il rarissimo tantalio, molto richiesto per i cellulari.

Quindi lo sconfinato manto verde nel Nord dell'America Latina è ormai un pullulare di miniere. Sono migliaia: poche le legali, molte di più quelle appena dentro il confine della legalità (i garimpos, siti artigianali autorizzati) e quelle del tutto fuori legge, dove l'uso di dinamite per accedere ai depositi minerari ha sconvolto l'ecosistema e alterato financo il corso dei fiumi. Decine di migliaia di minatori, in gran parte clandestini affollano questi siti estrattivi: sono 20 mila solo al confine tra Brasile e Guyana Francese, dove non si trova una sola miniera che non sia abusiva e dove la vigilanza e le sanzioni dell'IBAMA, l'istituto brasiliano per l'ambiente e le risorse naturali, sono molto ostacolate, se non impossibili di fatto.

Ora l'arrivo di Bolsonaro in Brasile sta ulteriormente ostacolando le autorità ambientali: molte concessioni, prima negate dall'Ibama, ora sono autorizzate, tanto che un mega-consorzio tra compagnie britanniche, canadesi e russe sta per aprire nuove aree di estrazione. Un imminente maxi-disboscamento, dunque, che fa il paio “legale” con lo sfregio-record attuato in Amazzonia, anche questo autorizzato da Bolsonaro: la riapertura della autostrada Br-319. 890 km realizzati 50 anni fa dai militari ma poi sommersi dalla vegetazione.

E questi cercatori clandestini d'oro, metalli e diamanti, naturalmente affollano le città vicine alle cave, dove è simmetricamente esplosa l'illegalità, anche per l'intreccio con agglomerati criminali attratti proprio dalla mole di denaro che gravita intorno ai giacimenti. Si tratta dei cartelli della cocaina colombiani, boliviani e peruviani, e delle organizzazioni para-comuniste in via di disgregazione come le colombiane Farc ed Eln. Città come Belém, Macapá e Manaus, sono diventate città “minerarie” dove ogni crimine, spesso violento, è all'ordine del giorno: riciclaggio, prostituzione, gioco d'azzardo e poi furti, stupri, rapine. E naturalmente omicidi, tanti: vittime preferite, guarda caso, gli attivisti ambientali e i giornalisti.

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