L’illusione della piena occupazione

L’illusione della piena occupazione

Il mondo del lavoro ha subito un radicale cambiamento dopo la grande crisi del 2008: una rottura degli schemi che la maggior parte dei politici ed economisti non sembrano aver ancora compreso nelle sue reali ripercussioni. È questo il cuore dell’analisi di David G. Blanchflower, ex Senior Fellow del Peterson Institute for International Economics.

Il mondo vorrebbe “buoni lavori”, scrive Blanchflower nel suo nuovo libro “Not Working. Where Have All the Good Jobs Gone?”, ma questi, soprattutto per i giovani e per chi ha un basso livello d’istruzione, sono quasi scomparsi trasformandosi in mestieri sottopagati. Secondo Blanchflower non ci sono giustificazioni per quanto accaduto nel 2008: “Prima della Grande Depressione del 1929 non avevamo mai vissuto qualcosa di così grave dal punto di vista economico globale ma invece nel 2008 gli economisti avevano tutti gli strumenti per capire e in qualche modo prevenire quello che stava accadendo ma ciò nonostante non sono riusciti ad interpretare la gravità dei processi in atto”.

Un errore di prospettiva che si ripete anche oggi da parte di chi sostiene, specie negli Stati Uniti, che vi sia una piena occupazione. In effetti, il tasso di disoccupazione è sceso a livelli record in numerosi paesi. Ma l’abito non fa il monaco. “Il mercato del lavoro - ha sottolineato Blanchflower - nelle maggiori economie occidentali (Stati Uniti, Germania e Gran Bretagna ma anche Italia e Francia) è caratterizzato dal fenomeno della sottoccupazione. Si tratta di piccoli lavori, poco pagati, di quella che mi piace definire come una vera e propria economia dei lavoretti”. In pratica, anche se i dati parlano di un sensibile calo della disoccupazione in molti paesi, ciò non coincide né con un miglioramento della “qualità” del lavoro, né con l’aumento dei salari. 

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