L’India vieta l’export di cipolle

Il governo Modi ha vietato le esportazioni dell’ingrediente base della cucina indiana nel tentativo di arginare la crescita incontrollata dei prezzi. La questione è delicata e ciclica: in passato alcuni esecutivi sono caduti proprio a causa dell’ortaggio

New Delhi vieta l’export di cipolle

La cipolla è un ingrediente base nella cucina Indiana. E per questo è anche l'ortaggio più sensibile dal punto di vista politico nel Subcontinente. In passato più di un governo in India è caduto in seguito all’aumento incontrollato del prezzo della cipolla.

Non sorprende, quindi, che il premier Modi stia cercando di “gestire” una nuova ascesa dei prezzi. Così l’India, che è uno dei principali esportatori di cipolle al mondo (ma soltanto il 10-12% della produzione è venduto all’estero), ha vietato l’export di ortaggi e ha imposto restrizioni alle scorte concesse agli esercizi commerciali nel tentativo di raffreddare i prezzi. I prezzi al dettaglio delle cipolle si aggirano intorno alle 60-80 rupie (circa 1 euro) per kg, meno di un anno dopo la vertiginosa caduta dei prezzi delle cipolle scesi a 1 rupia per kg.

L’ultima mossa del governo fa parte di quello che è ormai diventato un circolo vizioso: i prezzi delle cipolle salgono a causa di qualche avversità meteoreologica, il governo risponde imponendo restrizioni alle esportazioni, i prezzi si stabilizzano, l’eccesso di offerta fa precipitare i prezzi spingendo gli agricoltori a chiedere aiuto al governo, le autorità allentano le restrizioni sull’export, i prezzi tornano a crescere. E il circolo si ripete.

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