Germania, cresce il capitale dei fondi pensione ma offrono interessi negativi

Fondi pensione, cresce il capitale ma offrono interessi negativi

L’economista, ingegnere e sociologo italiano della seconda metà dell'ottocento e inizio novecento, Vilfredo Pareto, coniò il noto concetto dell’ottimo paretiano che si realizza quando non si può migliorare la condizione di un soggetto senza peggiorare quella di un altro.

Ciò è quanto accade quando i tassi di interesse subiscono una variazione, quantomeno nel breve periodo. Se diminuiscono c’è qualcuno, in particolare le imprese, che gioisce, perché i costi di finanziamento sono meno onerosi e perché stimola i consumi. Non per caso i tassi di interesse sono definiti anche come il “costo di detenere moneta”. Per risparmiatori e investitori, all'opposto, i rendimenti diminuisicono

Dopo molti anni di politica monetaria espansiva, cioè tassi molto bassi, cominciano ad emergere effetti indesiderati. Nei fondi tedeschi di sicurezza sociale vengono ora applicati tassi negativi. Ciò significa che, nonostante i fondi abbiano accumulato ingenti quantità di capitali, non sono in grado di offrire un ritorno agli investitori.

Ed ecco il paradosso. L'economia è in espansione, quindi i contributi versati aumentano. Ad esempio, il fondo pensionistico pubblico dispone di 34,4 miliardi di euro, 3,6 in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Ma per la prima volta nella sua storia, il fondo ha perso denaro nel 2017, esattamente 49 mln di euro erosi dai tassi negativi.

Altra storia, invece, in Norvegia dove il fondo sovrano vale ora circa 900 mld con una crescita annuale del 20%. Perché? Oslo consente ai fondi di investire nel rischioso mercato azionario, Berlino prevede restrizioni in tal senso. E la Bce ha già detto che prima di un anno i tassi di interesse non subiranno rialzi.

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I dati evidenziano uno dei punti di debolezza del mercato del lavoro in Italia: la disoccupazione femminile. Il confronto con altre economie avanzate, come Germania, Giappone e Stati Uniti, mette in luce un gap strutturale, ma anche un elevato prezzo pagato alla grande crisi. Nel 2007 le donne in cerca di lavoro in Italia corrispondevano al 23,4% per poi schizzare al 45% nel 2014, salvo poi scendere al 39% nel 2017.

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