
La Federal Reserve decide di mantenere invariati i tassi di interesse nel range tra il 3,50% e il 3,75%.
Una scelta attesa dai mercati, ma tutt’altro che scontata nei toni e nelle implicazioni, soprattutto perché arriva nell’ultima riunione presieduta da Jerome Powell.
Addio Powell: si chiude un ciclo di politica monetaria
Con questo meeting si conclude ufficialmente l’era Powell, iniziata nel 2018 e segnata da crisi globali, pandemia e una delle fasi inflazionistiche più complesse degli ultimi decenni.
Nel suo intervento finale, Powell ha sottolineato come l’economia americana continui a crescere in modo solido, ma con prezzi ancora superiori al target del 2%, vero nodo irrisolto della politica monetaria.
Inflazione ancora alta: la priorità resta il controllo dei prezzi
Nonostante il rallentamento rispetto ai picchi del 2022-2023, l’inflazione negli Stati Uniti resta sopra l’obiettivo della Fed.
Il mantenimento dei tassi riflette una strategia prudente: evitare nuovi shock sull’economia senza allentare troppo presto la stretta monetaria.
Secondo le ultime indicazioni macroeconomiche, il percorso verso il 2% sarà graduale e condizionato da salari, energia e dinamiche globali.
Spaccatura interna: dissenso record nella Fed
Il dato più significativo della riunione è però politico oltre che economico.
La decisione è stata approvata con 8 voti favorevoli e 4 contrari, il livello di dissenso più alto registrato negli ultimi 34 anni.
Un segnale chiaro delle divisioni interne tra chi chiede un taglio dei tassi per sostenere la crescita e chi teme un ritorno dell’inflazione.
Verso la nuova guida: attesa per Kevin Warsh
Powell ha ufficialmente augurato buon lavoro al suo successore, Kevin Warsh, che erediterà una fase delicata per la politica monetaria americana.
Le aspettative dei mercati sono concentrate sulle prossime mosse: quando inizieranno eventuali tagli dei tassi e con quale intensità.




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