Se il ‘cane da guardia’ diventa un ‘animale da compagnia’

Se il ‘cane da guardia’ diventa un ‘animale da compagnia’

Qual’è il ruolo dell’informazione in tempi Coronavirus? Nella prima fase, durata fino a qualche giorno fa, i media (tranne qualche eccezione) hanno comunicato i dati su contagiati e decessi. Poi è accaduto qualcosa, che ha completamente ribaltato il punto di vista. Tanto da spingere il premier Conte a chiedere ufficialmente alla Rai (che è pubblica ma dovrebbe mantenere una certa indipendenza) di calmierare i ‘toni’. Il che non ha molto senso.

Si è passati così a rappresentare dati e numeri più rassicuranti. Tv, stampa, web si sono allora concentrati nell’obiettivo di non creare panico. Tra gli altri, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio e quello della Salute Roberto Speranza si sono prodigati in tal senso: “In Italia è coinvolto dall'epidemia del coronavirus lo 0,1% dei comuni. Le persone in quarantena rappresentano lo 0,089% della popolazione totale e il territorio italiano in isolamento è lo 0,01%”, hanno spiegato i due ministri. E anche numerosi mezzi di informazione si sono adeguati alla nuova impostazione ‘positiva’.

Rappresentati così sembrano effettivamente percentuali modeste. Ma se l’informazione non dovrebbe creare immotivati allarmismi, non dovrebbe neanche piegarsi alle richieste della politica. Che, al contrario, dovrebbe essere incalzata dal giornalismo (assumendo quel ruolo che un tempo si definiva ‘cane da guardia’).

E, a nostro avviso, neanche gli effetti negativi sull’economia reale giustificano il fatto di piegarsi alla volontà della politica. Il Governo si preoccupi di fare sì che la salute dei propri cittadini sia tutelata e che l’economia non tracolli adottando tutti i provvedimenti ritenuti necessari. Al mondo del giornalismo, che è tenuto a mantenere un certo equilibrio (quello sì), spetta invece un altro ruolo: informare.

Ecco perché ‘quoted business’ non cambierà. Senza sbandare da un lato o dall’altro.

Indicatori

La disoccupazione femminile in Italia, Germania, Giappone e Stati Uniti

I dati evidenziano uno dei punti di debolezza del mercato del lavoro in Italia: la disoccupazione femminile. Il confronto con altre economie avanzate, come Germania, Giappone e Stati Uniti, mette in luce un gap strutturale, ma anche un elevato prezzo pagato alla grande crisi. Nel 2007 le donne in cerca di lavoro in Italia corrispondevano al 23,4% per poi schizzare al 45% nel 2014, salvo poi scendere al 39% nel 2017.

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