L‘Argentina rischia il 9° default. Ma nessuno ha una ricetta valida

Mentre l’Argentina rischia l’ennesimo fallimento, gli attori in gioco (il governo di Buenos Aires, i suoi creditori, e l’Fmi) non sembrano avere una strategia efficace per generare una crescita economica (e uno sviluppo) sostenibile nel paese sudamericano

L‘Argentina rischia il 9° default. E nessuno ha una ricetta valida

La politica economica adottata in America Latina oscilla da tempo tra il populismo statalista e il neoliberismo. Il risultato è che le uniche costanti sembrano essere crescita insostenibile e crisi del debito, come dimostra l’attuale situazione dell’Argentina. Buenos Aires rischia il 9° default.

Tuttavia, nessuno degli attori in gioco - il governo argentino, i suoi creditori, e il Fondo monetario internazionale – sembra avere una strategia vincente per generare una crescita economica (e uno sviluppo) sostenibile.

Eppure, non molto tempo fa, alcune strategie creative per superare la scelta binaria tra statalismo e fondamentalismo di mercato circolavano. Ed erano basate su politiche industriali capaci di creare i giusti incentivi per stimolare l’innovazione, aumentare la produttività e generare occupazione.

Uno dei principali esponenti di questo approccio, Simón Teitel, è deceduto a marzo, a 91 anni, a causa del Covid19. Per gli economisti come Teitel, che erano più interessati a migliorare i loro paesi che a dimostrare una grande teoria, una svolta stava nell’incontro con Albert Hirschman, che respinse l’idea di uno sviluppo economico ridotto a una serie di formule che gli ‘esperti’ calavano dal Nord verso il Sud del mondo.

Oggi, come allora, non sarà da solo il mercato a risolvere i problemi dell’Argentina e dell’America Latina. Quello che serve è una strutturata strategia ‘autoctona’ di politica economica basata più sulla sostituzione delle importazioni – in pratica la creazione di aziende manifatturiere locali che sostituiscano le importazioni dai paesi sviluppati e alimentino la loro crescita proteggendo il mercato interno – e meno su una crescita trainata dalle esportazioni, basata sui vantaggi comparati collegati a un’idea di manodopera a basso costo e materie prime non trasformate.

Una via, quest’ultima, frutto delle condizioni post-coloniali che hanno di fatto impedito l’emergere di industrie manifatturiere (efficienti) nei paesi in via di sviluppo. Ciò di cui invece l’America latina avrebbe bisogno sono politiche ‘autoctone’ progettate per migliorare la vita delle persone, evitando possibilmente gli estremi (statalismo e neoliberismo).

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