Senza la Cina non c’è futuro per l’economia europea

Il modello economico della Germania ha deciso di andare in direzione opposta a Usa e Ue continuando ad annodare legami con la Cina. Un’opzione alternativa al decoupling che tuttavia in Italia non sembra trovare seguaci. Eppure la nostra economia è strettamente correlata a quella tedesca…

Senza la Cina non c’è futuro per l’economia europea

La risposta tedesca all’attuale confusione del mondo sembra andare in direzione opposta a quella degli Usa e dell’Ue, legandosi anche di più e non meno alla Cina. 

Nel corso dei colloqui sino-tedeschi svoltisi recentemente a Pechino, si è convenuta tra le due parti una cooperazione più avanzata nei settori emergenti, quali le nuove tecnologie energetiche, l’intelligenza artificiale, i processi di digitalizzazione.

Più in generale, si è raggiunto un consenso sulla globalizzazione, la liberalizzazione del commercio, un mondo multipolare, mentre il cancelliere ha ribadito la sua opposizione ai processi di decoupling (disaccoppiamento).

Da sei anni la Cina è il più importante partner commerciale della Germania, con gli interscambi che nel 2021 hanno raggiunto il livello di 245 miliardi di dollari, mentre nei primi sei mesi dell’anno le importazioni tedesche dalla Cina sono aumentate del 45% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Tra l’altro queste ultime sono pari come ammontare quasi al doppio di quelle dagli Stati Uniti.

Il deficit commerciale tedesco con il paese asiatico, sempre nei primi sei mesi dell’anno, è salito a 41 miliardi di euro. Ma questo dipende anche dal fatto che le imprese tedesche tendono a produrre in loco, oltre che esportare dalla Germania. In effetti nei primi sei mesi del 2022 gli investimenti diretti tedeschi in Cina sono cresciuti a 10 miliardi di dollari, contro i 5,7 dello stesso periodo dell’anno precedente.

Ma perché i grandi produttori tedeschi vogliono continuare a fare affari in Cina? La risposta comincia dalla specializzazione produttiva dell’economia tedesca: l’auto, la chimica, la meccanica.

Nel settore dell’auto (che impiega in Germania circa 15 milioni di lavoratori, includendo anche l’indotto), le case tedesche vendono nel paese asiatico in media un terzo della loro produzione. Con l’avvento dell’elettrico tuttavia le imprese tedesche rischiano di perdere posizioni, mentre la Cina produce tra il 55% e il 60% di tutte le vetture elettriche del mondo.

Nel settore della chimica il ruolo della Cina è ancora più lampante: in Europa pesa soltanto per il 14,40% del totale mondiale e la percentuale dovrebbe scendere al 10% nel 2030, quando invece in Cina si assesterà sul 50% del mercato globale.

Se volete essere un gigante mondiale della chimica, non potete dire che la metà del mercato mondiale non vi interessa, come afferma il capo della Basf, Martin Brudermuller. E in termini più generali, afferma lo stesso Brudemuller, si sottostima in Germania sino a che punto la prosperità tedesca sia in parte finanziata dalla Cina.

C’è poi la meccanicaInfineon, il principale produttore tedesco di semiconduttori, ottiene circa il 38% dei suoi ricavi sul mercato cinese. La conglomerata Siemens, forse la più grande impresa manufatturiera europea, ha annunciato un investimento rilevante nel campo digitale in Cina. Deutsche Bank ha comunicato l’intenzione di emettere dei panda bond, obbligazioni emesse in yuan sul mercato cinese da entità non residenti.

D’altro canto, la Cina fornisce alla Germania molte materie prime critiche come le terre rare, poi degli input intermedi e semilavorati, componentistica per la e-mobility e per l’energia rinnovabile; una recente inchiesta dell’istituto Ifo ha riscontrato che il 46% delle imprese industriali tedesche si basano su degli input produttivi intermedi di origine cinese.  

Ma ci sono delle difficoltà. Il problema è semmai che nel tempo le imprese cinesi sono cresciute quantitativamente e qualitativamente in molti settori, così da essere dei concorrenti sempre più temibili per le imprese tedesche e rubare loro quote di mercato. D’altro canto bisogna considerare le pressioni politiche statunitensi.

Così, alla fine, diverse imprese teutoniche sembrano scegliere non tanto di abbandonare la Cina, piuttosto di aprire punti di attività ulteriori in altri paesi, diversificando i rischi e cercando di non mettere tutte le uova in un solo paniere. Ecco perché l’interesse tedesco, ad esempio, verso il Vietnam sta crescendo sensibilmente.

La grande industria tedesca non è sicuramente d’accordo con la linea del decoupling portata avanti da Biden e in questo appare spalleggiata dal cancelliere Scholz, mentre da Bruxelles arrivano segnali di crescente ostilità verso il paese asiatico.

E se avessero ragione a Berlino? La realtà dei fatti, soprattutto per la grande impresa europea è quella che apparentemente non ci sono grandi prospettive se non si è presenti in forze nel paese asiatico. E, come si legge nel titolo di un articolo apparso di recente sul Financial Times, “prendersela con la Cina non porterà l’Europa da nessuna parte”. Al contrario, Berlino punta sul pragmatismo e applica la regola della discoteca alla politica mondiale: “Bisogna ballare con quelli che ci sono nella stanza”, ha spiegato Scholz. Come dargli torto.

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