Abbiamo esportato l’austerità in Africa

Ora che l’economia globale ha rallentato, la posizione debitoria di molti paesi poveri rischia di esplodere. Sono lontani i tempi in cui si parlava di cancellazione del debito

Ecco dove abbiamo esportato l’austerità

L'austerità è più di una semplice risposta europea al crollo finanziario del 2008. È in realtà la risposta più comune dei paesi indebitati ovunque essi siano. Specialmente in Africa. Intrappolati in accordi vincolanti per prestiti che non possono permettersi con gli investitori internazionali, la maggior parte dei paesi africani non ha potuto fare altro che tagliare le spesa pubblica.

Eppure, tra la fine degli anni '90 e gli inizi del 2000, l'occidente si era mostrato incline alla cancellazione del debito del mondo in via di sviluppo, ritenendola necessaria. In seguito all’iniziativa di Tony Blair e Gordon Brown, al vertice del G7 di Gleneagles nel 2005 diciotto tra i paesi più poveri del mondo, molti dei quali nell'Africa subsahariana, videro sparire il loro debito pubblico verso la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale spazzato via come parte di un affare da 30 miliardi di sterline.

Ora che la Russia ha sperperato i suoi rubli nei conflitti, l’Ue si è ripiegata su se stessa, Pechino potrebbe ma è disponibile a prestare e non a donare, il meccanismo rischia di incepparsi. Secondo il Fondo monetario internazionale, sei su 35 paesi a basso reddito nella regione subsahariana sono in "difficoltà di indebitamento". Altri nove sono classificati come "ad alto rischio" dopo che i loro rapporti debito/Pil hanno superato il 50%. Una percentuale che potrebbe sembrare non così alta (l’Italia supera il 130%). Ma occorre considerare che, ad esempio, la Namibia paga il 10% di interessi sul proprio debito e il Regno Unito l'1,8%.

La speranza c’è stata fino a poco tempo fa per paesi come la Namibia che “grazie” alle miniere e alle materie prime avevano beneficiato di ingenti investimenti dirottati da Pechino in Africa dieci anni fa. Adesso che la seconda economia al mondo ha rallentato la sua forsennata crescita economica, la situazione debitoria di molti paesi poveri rischia di esplodere. Ecco, allora, che il sapore dell’austerità diventa ancora più amaro quando alla porta vengono a bussare Banca Mondiale e Fmi: offrono prestiti in cambio di aumento delle tasse e riduzione della spesa pubblica.

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