Il piano tedesco sulla green economy è una partita di giro che non aiuterà l’economia europea

Il mega investimento da 54 mld annunciato dal governo Merkel ha un grave “difetto”: è interamente autofinanziato da altre entrate. Ci sarebbe invece bisogno di una politica fiscale più coraggiosa da parte della Germania. Ciò consentirebbe alla Bce di ritirarsi dal mercato. Che in teoria sarebbe l’obiettivo proprio di Berlino…

Il piano sulla green economy è una partita di giro

Il mega investimento sulla green economy da 54 miliardi di euro è in realtà un “tipico” risultato della coalizione guidata da Angela Merkel: raggiunge soltanto un equilibrio di interessi. Se gli elettori tedeschi vogliono un piano più ambizioso, dovranno probabilmente aspettare fino a dopo le elezioni del 2021.

Il pacchetto è un esercizio di imparzialità. È neutrale dal punto di vista del bilancio ed interamente finanziato da altre entrate. Il governo non sta sacrificando il bilancio in pareggio per ridurre le emissioni. Rende i carburanti fossili più costosi, ma lo fa lentamente, e controbilancia i crescenti costi con altri provvedimenti.

Ad esempio, le misure proposte dovrebbero aumentare il prezzo della benzina e del gasolio di circa 3 centesimi di euro al litro nel 2021 e di 9-15 centesimi di euro a partire dal 2026. Passerà, quindi, un bel po’ di tempo prima che la modifica diventi evidente per gli automobilisti. E quando accadrà, i tedeschi saranno probabilmente già passati in massa alle auto elettriche.

Nel trasporto ferroviario, inoltre, non si noteranno gli aumenti annunciati: il governo vuole ridurre l’Iva sui biglietti del treno.

Invece del pacchetto da 54 mld, gli attivisti avrebbero voluto vedere una più rapida uscita dal carbone (la Germania prevede l’abbandono per il 2037) e una tassazione più pesante sulle emissioni di CO2.

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La disoccupazione femminile in Italia, Germania, Giappone e Stati Uniti

I dati evidenziano uno dei punti di debolezza del mercato del lavoro in Italia: la disoccupazione femminile. Il confronto con altre economie avanzate, come Germania, Giappone e Stati Uniti, mette in luce un gap strutturale, ma anche un elevato prezzo pagato alla grande crisi. Nel 2007 le donne in cerca di lavoro in Italia corrispondevano al 23,4% per poi schizzare al 45% nel 2014, salvo poi scendere al 39% nel 2017.

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