Gli analisti neoassunti di Goldman Sachs lavorano in condizioni disumane: fino a 95 ore settimanali

Hanno chiesto alla banca, che nel 2020 ha registrato ricavi netti per 44,6 miliardi di dollari, di non andare oltre le 80 ore a settimana. La replica dell’amministratore delegato David Solomon: “Uno sforzo in più paga”

Gli analisti di Goldman lavorano in condizioni disumane

Ha suscitato grande scalpore il risultato di un’indagine interna condotta tra i neoassunti di Goldman Sachs, dalla quale emerge che per i più giovani, le condizioni di lavoro richieste dagli standard della banca, sarebbero ‘inumane’.

Benché la professione sia tra le più prestigiose e remunerative del mondo, nei primi mesi le giornate di lavoro sarebbero lunghissime (una media settimanale di 95 ore, il che significa 19 ore al giorno) e ritmi di competizione feroci. La questione non è del tutto nuova e venne alla luce nel 2015, quando un dipendente della banca si tolse la vita.

Tutti gli intervistati hanno affermato che il lavoro ha influito negativamente sui loro rapporti sociali e familiari, mentre il 77% ha dichiarato di essere stato vittima di vessazioni sul posto di lavoro.

Gli analisti hanno presentato i loro risultati alla direzione di Goldman Sachs a febbraio, e la banca ha replicato che da allora ha adottato misure per affrontare il ‘burnout’ dei dipendenti e che si sta muovendo per automatizzare alcuni compiti per il personale junior.

Goldman Sachs, che ha 34 mila dipendenti a livello globale, ha registrato ricavi netti per 44,6 miliardi di dollari nel 2020. E il suo amministratore delegato David Solomon ha replicato così alle accuse: metterci quello “sforzo in più” per andare oltre i propri limiti può fare la differenza per la banca.

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