La Cina potrebbe fare con il resto del mondo quello che la Russia sta facendo contro l’Europa

Pechino detiene il 93% delle scorte mondiali di rame, il 74% di quelle di alluminio, il 68% di quelle di mais e il 51% di quelle di frumento. Eppure l’attività estrattiva in Cina è limitata. Come si spiega allora questo dominio?

In un quadro di estrema tensione sul lato dell’offerta determinato dal regime sanzionatorio contro Mosca, i piani di riduzione della CO2 proseguono. A confermare la dinamica in atto è la Energy Aspects, una delle società di ricerca più prestigiose nel comparto petrolifero che in un report ha evidenziato: “Nonostante i segnali di prezzo, ci sono pochi incentivi a investire a causa di considerazioni ESG (Environmental, Social, Governance). L’aumento del prezzo del petrolio è un problema strutturale e non ciclico, causato da anni di sotto-investimenti. E fino a quando la domanda non viene effettivamente ridotta, non c’è soluzione”.

L’impatto delle politiche climatiche si farà sentire anche su quelle materie prime, come i metalli, che invece beneficeranno della domanda di tecnologie legate all’elettrificazione. Secondo la Banca Mondiale la produzione di metalli dovrà aumentare del 500% per soddisfare gli obiettivi climatici.

Per dare un’idea delle dinamiche in atto, il prezzo del carbonato di litio (il cui utilizzo in Europa dovrà aumentare del 500% entro il 2050) è balzato in appena un anno dai 16.000 agli attuali 75.000 dollari in scia alle aspettative di crescita del mercato delle auto elettriche la cui produzione è prevista passi dalle attuali 6,9 milioni di unità a 13,6 milioni di unità nel 2024.

Con queste premesse non sorprende se il livello delle scorte di metalli nei magazzini del London Metal Exchange (LME) continuino a mostrare un livello critico.

Un altro punto importante riguarda la distribuzione delle scorte di metallo che rimangono sempre più concentrate in Asia. Nel caso, ad esempio, dell’alluminio c’è stato il balzo delle scorte non ufficiali nel mese di aprile anche grazie agli afflussi di metallo nei magazzini di Singapore e Malesia. Rimangono critici invece i livelli nei magazzini europei (il cui livello totale delle scorte non arriva a 20 mila tonnellate) e statunitensi (in calo da 18 mesi consecutivi a 22.339 tonnellate).

Non giunge pertanto come una sorpresa l’allarme lanciato da Bank of America secondo cui il livello straordinariamente basso di scorte di alluminio nei magazzini LME mette il metallo a rischio di uno squeeze simile a quello che nel marzo 2022 ha investito il nichel, passato in due sessioni di Borsa da 26.000 a oltre 100.000 dollari per tonnellata prima di tornare verso gli attuali livelli pre-bellici. A rendere concreto il rischio di uno squeeze sull’alluminio giunge la progressiva riduzione delle scorte di alluminio nei magazzini LME che potrebbero arrivare a zero entro ottobre, avverte sempre Bank of America.

L’alluminio non è un caso isolato. Le scorte non ufficiali di zinco negli Usa sono scese quasi a zero mentre in Europa dopo essere praticamente scomparse a partire da settembre 2021 non sono state più ricostituite. Proprio la migrazione delle scorte di metallo verso l’Asia rappresenta una dinamica in atto dallo scoppio della pandemia in ragione della forte domanda da parte della Cina.

Complessivamente, secondo le stime di JP Morgan, il livello di scorte di commodities (metalli e beni agricoli) a livello mondiale è sceso ad appena 51 giorni di consumo nel mese di maggio (si sale a 64,4 giorni se si include la Cina). E malgrado negli ultimi mesi si stia registrato una leggera inversione dei flussi dall’Asia verso Occidente, in ragione dell’arbitraggio che ha reso il materiale made in China più conveniente di quelli europeo e statunitense, la Cina mantiene una ferrea posizione di controllo detenendo il 93% delle scorte mondiali di rame, il 74% di quelle di alluminio, il 68% di quelle di mais e il 51% di quelle di frumento. Il rischio è quello che Pechino possa utilizzare le materie prime come arma di pressione geostrategica (weaponization) nei confronti dell’Occidente sulla falsariga di quanto attualmente perseguito dal governo di Mosca nel mercato del gas.

La presa della Cina sul comparto delle materie prime va di pari passo con la posizione di dominio acquisita nel settore della raffinazione. Se sul lato dell’estrazione vera e propria il controllo cinese riguarda solamente le terre rare e la grafite e in misura minore il litio (18% produzione mondiale dopo Cile 26,5% e Australia 48%), la Cina ha compensato la bassa presenza nell’attività estrattiva di metalli sia attraverso l’azione di penetrazione commerciale in Africa (insieme alla Russia) sia investendo nelle attività di raffinazione e nelle applicazioni green. Pechino ricopre infatti una posizione ultra-dominante anche nel settore degli elettrolizzatori per la produzione di idrogeno verde oltre a controllare più del 35% del mercato delle batterie elettriche.

Non è secondario rilevare come Pechino stia sostenendo un nuovo piano di sviluppo del comparto delle auto elettriche attraverso lo swapping di batterie. Un processo questo che rappresenterebbe una killer application per i produttori automobilistici cinesi ai danni dei produttori europei qualora si autorizzassero i players cinesi a insediare stazioni di ricarica. Al rischio invasione auto elettriche cinesi nel mercato europeo occorre riservare grande attenzione in relazione all’effetto che sortirebbe sulla bilancia commerciale dell’Eurozona già fortemente compromessa dall’aggravio delle importazioni di beni energetici.

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