Arabia Saudita e Cina puntano a sostituire il dollaro con lo yuan nella vendita del petrolio

Il maggior importatore di petrolio, la Cina, con il più grande esportatore, l’Arabia Saudita, studiano il passaggio dai petrodollari ai petroyuan. La novità avrebbe conseguenze rilevanti per il mercato petrolifero globale che da sempre usa la valuta statunitense come moneta ufficiale.

Arabia Saudita e Cina puntano a sostituire il dollaro con lo yuan

L’Arabia Saudita è in trattative con Pechino per utilizzare lo yuan nella vendita di petrolio alla Cina. Una mossa che intaccherebbe il dominio del dollaro Usa sul mercato petrolifero globale, nonché come valuta di riferimento negli scambi internazionali.

La novità avrebbe conseguenze notevoli per il mondo del petrolio che da sempre usa la valuta statunitense come moneta ufficiale. Si tratterebbe di un’alleanza tra il maggior importatore di petrolio, la Cina, con il più grande esportatore, l’Arabia Saudita, e segnerebbe il passaggio dai petrodollari ai petroyuan.

Il confronto con la Cina sui contratti petroliferi in yuan prosegue in realtà dal 2016, ma ha ora subito un’accelerazione poiché i sauditi sono diventati sempre più insoddisfatti della relazione con gli Usa. A Riad non piace la mancanza di sostegno nella guerra civile in Yemen e per il tentativo dell’amministrazione Biden di concludere un accordo con l’Iran sul programma nucleare. Inoltre, il Regno non ha condiviso il ritiro degli Stati Uniti dall'Afghanistan lo scorso anno. Ci sono poi le tensioni derivanti dall’omicidio nel 2018 del giornalista saudita Jamal Khashoggi.

È da un po’ in realtà che le relazioni economiche tra i due paesi sono in flessione. Negli ultimi anni gli Stati Uniti hanno scalzato Riad come primo produttore di greggio al mondo. Washington all’inizio degli anni ‘90 importava 2 milioni di barili di greggio saudita al giorno. Oggi l’import è sceso a meno di 500.000 barili al giorno. Al contrario, le importazioni di petrolio della Cina sono aumentate negli ultimi tre decenni. Nel 2021 l’Arabia Saudita è stato il principale fornitore di greggio della seconda economia al mondo, con 1,76 mln di barili al giorno, seguita dalla Russia con 1,6 mln di barili al giorno.

La Cina acquista più del 25% del petrolio esportato dall’Arabia Saudita. Se valutate in yuan, tali vendite aumenterebbero la posizione della valuta cinese. I sauditi stanno anche considerando la possibilità di avere contratti future denominati in yuan.

Per Pechino - che ha già introdotto contratti petroliferi denominati in valuta locale nel 2018 per rafforzare la propria moneta nel mondo, senza intaccare tuttavia il dominio del dollaro sul mercato petrolifero - l’uso della divisa americana è diventato un rischio evidenziato dalle sanzioni statunitensi all’Iran per il suo programma nucleare e alla Russia in risposta all’invasione dell’Ucraina.

Ma il dado non è ancora tratto ed è possibile che i sauditi facciano un passo indietro. Passare ogni giorno milioni di barili di petrolio da dollari a yuan potrebbe danneggiare l’economia saudita, la cui valuta, il riyal, è ancorata al dollaro. Inoltre, vendere in yuan collegherebbe più strettamente l’Arabia Saudita alla valuta cinese, che tuttavia non piace agli investitori internazionali a causa degli stretti controlli che Pechino mantiene su di essa.

Ecco perché i sauditi hanno ancora in programma di fare la maggior parte delle transazioni petrolifere in dollari, ma la mossa (di sostituire il biglietto verde con lo yuan) potrebbe indurre altri produttori (Russia, Angola e Iraq) a valutare anche le loro esportazioni alla Cina in yuan. Il che potrebbe intaccare la supremazia del dollaro Usa nel sistema finanziario internazionale, su cui Washington fa affidamento da decenni per stampare buoni del Tesoro che utilizza per finanziare il suo deficit di bilancio. Il mercato petrolifero, e per estensione l’intero mercato globale delle materie prime, è infatti la polizza assicurativa dello status del dollaro come valuta di riserva.

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