La Germania rinuncia al pareggio di bilancio: piano da 156 mld e deficit/Pil oltre il 4%

Dopo esser stata attaccata a lungo per aver accumulato un abnorme surplus commerciale, il governo tedesco è pronto a spendere almeno 156 miliardi in più nel 2020 per far fronte alla “più grave crisi dalla fine della Seconda Guerra Mondiale”

Berlino: piano choc da 156 mld e deficit/Pil oltre il 4%

La Germania sta preparando un piano di emergenza del valore di oltre 150 miliardi di euro per sostenere posti di lavoro e imprese a rischio a causa dell’impatto economico dell’epidemia di coronavirus. L’annuncio è del ministro delle Finanze.

Olaf Scholz ha ricordato che il tetto al deficit pubblico sancito dalla Costituzione tedesca può essere sospeso in circostanze eccezionali. Quale è questa. E ora acquisisce un senso anche quell’abnorme surplus commerciale accumulato dalla prima economia europea negli ultimi anni. Motivo per il quale il governo di Berlino è stato più volte attaccatto, reo di comprimere la domanda e non aumentare la spesa pubblica, non contribuendo così alla ripresa dell’economia europea.

Il pacchetto include uno stanziamento pari a 156 mld. A questi occorre aggiungere 100 mld di euro previsti dal Fondo di stabilità economica (possono essere utilizzati per entrare nel capitale delle aziende in crisi) e altri 100 mld di prestiti destinati alle imprese in difficoltà. Inoltre, il Fondo di stabilità mette sul piatto 400 miliardi di euro per garantire il debito delle aziende a rischio di insolvenza.

In tal modo, il volume complessivo del pacchetto supera i 750 mld.

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La disoccupazione femminile in Italia, Germania, Giappone e Stati Uniti

I dati evidenziano uno dei punti di debolezza del mercato del lavoro in Italia: la disoccupazione femminile. Il confronto con altre economie avanzate, come Germania, Giappone e Stati Uniti, mette in luce un gap strutturale, ma anche un elevato prezzo pagato alla grande crisi. Nel 2007 le donne in cerca di lavoro in Italia corrispondevano al 23,4% per poi schizzare al 45% nel 2014, salvo poi scendere al 39% nel 2017.

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