Perché non misurare l’impatto ambientale degli alimenti?

Dopo aver reso obbligatorio a livello europeo illustrare l’efficienza energetica degli elettrodomestici, si potrebbe applicare la stessa logica ai beni alimentari. L’etichettatura cambierebbe il modo in cui il cibo viene prodotto e consumato

Perché non misurare l’impatto ambientale degli alimenti?

Chi acquista una lavatrice o un televisore in Europa trova un adesivo. Una direttiva UE del 1992 prevede che tutti gli elettrodomestici riportino il livello di efficienza energetica. Quindi, perché non applicare la medesima metodologia anche ai prodotti che mangiamo? Eppure ci sarebbero buoni motivi per farlo. Il nostro sistema alimentare minaccia l'estinzione di 10.000 specie animali, emette circa il 30% dei gas a effetto serra e causa l'80% dell'inquinamento da azoto e fosforo.

E l’esperienza sugli elettrodomestici insegna qualcosa: agli inizi degli anni ‘90 il 75% dei frigoriferi era classificato da G a D (bassa efficienza), ma oggi il 98% risulta A++ o A+++. Il perché è semplice: a livello mondiale, l'efficienza energetica degli elettrodomestici “etichettati” è cresciuta tre volte più rapidamente rispetto a tutti gli altri.

L'introduzione di un sistema equivalente per il cibo, a cominciare dalla carne, potrebbe avere un impatto ancora maggiore. L’etichettatura obbligatoria inciderebbe sia sulla produzione che sul consumo dei beni alimentari.

In tal modo le imprese potrebbero misurare gli effetti sull’ambiente dei loro prodotti in modo uniforme. L’operazione non risulterebbe particolarmente costosa grazie ad alcuni strumenti digitali come Fieldprint e Cool Farm Tool. E avrebbe il vantaggio di aiutare le aziende a ridurre i consumi energetici. In Cina, in seguito ad un massiccio programma che ha coinvolto 21 milioni di piccoli proprietari terrieri, il rendimento della produzione agricola è salito del 12% e le emissioni sono diminuite del 20% rispetto ai coltivatori che non hanno aderito al piano.

Le etichette obbligatorie, inoltre, avrebbero il merito di supportare il consumo sostenibile. Prodotti che hanno simile aspetto, sapore e costo possono avere impatti ambientali notevolmente differenti. Ad esempio, una tavoletta di cioccolato prevede l’immissione di 6,5 kg di CO2 nell’atmosfera – come guidare un’auto per 48 chilometri - ma può anche essere realizzata riducendo le emissioni nocive. Ciò significa che le etichette consentirebbero ai consumatori di poter disporre di informazioni omogenee, incoraggiandoli a compiere acquisti consapevoli.

La mole di questi dati sarebbe utile alle istituzioni per rendere più efficienti gli strumenti fiscali – imposte e sussidi. Come nel caso degli elettrodomestici, infatti, sarebbe auspicabile introdurre sui beni alimentari un sistema di incentivi finanziari, finalizzati ad aumentare gli investimenti in innovazione da parte delle imprese e a promuovere l’acquisto di cibi meno impattanti. Sarebbe un modo per attivare un circolo virtuoso che miri ad una maggiore sostenibilità.

Questo articolo è stato precedentemente pubblicato su LA STAMPA

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